Tag Archivio per: #turnover

La svalutazione dei pilastri aziendali: quando l’azienda perde chi la tiene in piedi

Articolo di Marco Simontacchi

Lo abbiamo visto troppe volte, in aziende di ogni dimensione e settore: i collaboratori migliori, i più responsabili e affidabili, finiscono per essere caricati di compiti e responsabilità crescenti. Spesso senza una qualifica adeguata al ruolo di fatto ricoperto, e con carichi di lavoro che superano ampiamente quanto sarebbe ragionevole chiedere. Con il tempo, buona parte della tenuta operativa dell’azienda arriva a dipendere proprio da loro, che si trovano a fare i salti mortali per portare comunque tutto a termine, e nel migliore dei modi possibile.

Il logoramento, in questi casi, è sempre elevato. E si dà per scontato che, essendo fedelissimi, ci saranno sempre. Ma di sempre, in realtà, c’è solo che prima o poi cedono: salutano e vanno altrove, dove possono finalmente tirare il fiato, riprendersi una vita al di fuori del lavoro e magari trovare anche un riconoscimento più adeguato a quanto danno.

Vediamo cosa dicono i dati.

Il fenomeno non è un’impressione soggettiva, ma un rischio misurabile e già ampiamente documentato. Il Censis segnala che un dipendente su tre in Italia è oggi a rischio burn-out, e ricerche più recenti indicano che circa il 76% dei lavoratori italiani ha sperimentato sintomi di burnout nel corso del 2023, mentre il 31,8% ha vissuto almeno una volta sentimenti di esaurimento, alienazione o negatività verso il proprio lavoro. Sul fronte dell’engagement la situazione italiana è tra le più critiche in Europa: secondo Gallup solo una minima parte dei lavoratori italiani si dichiara pienamente coinvolta nel proprio lavoro, ben al di sotto della media europea. A livello globale, il calo del coinvolgimento registrato da Gallup nel biennio 2024-2025 (sceso fino al 20%, il valore più basso mai rilevato) ha un costo stimato in oltre 10.000 miliardi di dollari di produttività persa, pari a circa il 9% del PIL mondiale. Anche i numeri più operativi confermano la gravità del problema: nel primo trimestre 2024 l’INAIL ha registrato un aumento del 17,9% delle denunce per disturbi psichici e comportamentali legati al lavoro.

Quando si arriva a questo punto, il problema non è più solo individuale, è un problema aziendale conclamato.

Il costo di perdere chi sa già tutto è molto elevato.

Solo dopo che il collaboratore se n’è andato ci si rende conto del danno inflitto. E quasi sempre non bastano nemmeno due figure a sostituirlo, a costi assai superiori. Le stime più prudenti indicano che sostituire un dipendente costa tra il 50% e il 150% della sua retribuzione annua lorda, una cifra che può arrivare fino al 200% quando si tratta di ruoli con competenze specialistiche o di fiducia, proprio come quelli di cui stiamo parlando. Un turnover fisiologico si colloca tra il 5% e il 10%; oltre il 15% è già un segnale di allarme organizzativo.

Il vero danno non si misura solo in termini di RAL. Insieme al collaboratore, ad andarsene sono anche il know-how accumulato in anni di lavoro, la rete di rapporti interni ed esterni costruita con pazienza, e il supporto silenzioso che quella persona forniva quotidianamente a tutti gli altri. Un patrimonio che nessun annuncio di lavoro può ricomprare in tempi brevi, e che nessun contratto di sostituzione riesce davvero a trasferire.

La tentazione di incolpare chi se ne va è elevata e pericolosa.

Di fronte a queste uscite, la tentazione più comune è incolpare il collaboratore: avrebbe potuto avvisare, dare più tempo, essere più paziente. Quasi sempre, però, i segnali c’erano tutti, e per un periodo lungo: solo che non si è voluto coglierli. Si è pensato che con qualche promessa e un piccolo riconoscimento simbolico si potesse comprare, a tempo indeterminato, la disponibilità di una persona a sacrificarsi oltre il ragionevole.

Quando non lo si accusa apertamente di slealtà, ci si dimentica che l’unica fiducia davvero tradita è stata quella del collaboratore, che per mesi o anni aveva continuato a sperare che la situazione si normalizzasse, che arrivassero i rinforzi promessi, che il proprio ruolo venisse finalmente formalizzato e retribuito in coerenza con quanto stava effettivamente portando avanti.

La lezione è semplice: la felicità organizzativa è proporzionale alla disciplina.

Come quasi sempre accade nella gestione d’impresa, la tenuta nel tempo è proporzionale alla disciplina messa in campo. Ruoli, funzioni e compiti devono essere definiti con precisione. Solo in casi eccezionali, e per periodi limitati e dichiarati, è legittimo chiedere a un collaboratore di andare oltre il proprio perimetro. Quando l’eccezione diventa la norma silenziosa, l’azienda sta semplicemente accumulando un debito che prima o poi qualcuno dovrà pagare, con gli interessi.

Il clima aziendale va monitorato con la stessa attenzione riservata agli indicatori economico-finanziari: i segnali di stress non vanno sottovalutati né archiviati come problemi personali. Non è un caso che le aziende con una cultura del benessere realmente attiva registrino un tasso di turnover fino a undici punti percentuali più basso rispetto a quelle che investono meno in queste pratiche. E quando se ne vanno, a lasciare l’azienda sono proprio i migliori: quelli che la concorrenza, spesso, aspetta e corteggia da anni.

Si evidenzia la necessità di piani di welfare concreti, capaci di intervenire sui problemi economici e di sicurezza reali delle famiglie, non su benefit simbolici scollegati dai bisogni effettivi delle persone. Del resto, oltre l’85% dei lavoratori dipendenti italiani chiede oggi esplicitamente l’introduzione o il potenziamento del welfare aziendale, segno che la domanda di sicurezza concreta è ormai maggioritaria, non un’eccezione.

Solo quando ruoli, riconoscimenti e piani di welfare sono coerenti con il contributo reale delle persone, un’azienda può dire di aver messo davvero in sicurezza i propri talenti, i pilastri su cui la sua tenuta quotidiana si è sempre appoggiata.

Fonti

– Censis / Il Sole 24 Ore, “Stress da lavoro, il Censis: rischio burn-out per un dipendente su tre”

– Il Sole 24 Ore, “Due lavoratori italiani su tre soffrono di stress e burnout”

– Dati INAIL I trimestre 2024 su denunce di disturbi psichici e comportamentali lavoro-correlati

– Gallup, State of the Global Workplace 2025-2026

– FareWelfare, “Quiet Quitting e Benessere Aziendale”

– ASSIDIM, “Quiet Quitting, Dimissioni Record e Vero Welfare: La Sfida delle Aziende Italiane”

– Best Tech Partner, “Turnover aziendale: guida al calcolo del costo reale e strategie di retention” (2026)

28/07/2026