La legge del karma economico: quando ogni azione genera la sua reazione
Articolo di Marco Simontacchi
C’è una legge fisica che nessun sistema, per quanto complesso, riesce ad aggirare: a ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. In economia funziona allo stesso modo, anche se i tempi di reazione sono più lunghi e gli effetti più difficili da isolare. Per anni abbiamo comportato il sistema economico come se fosse immune a questa regola, come se si potesse spremere indefinitamente la stessa base di consumatori senza che, prima o poi, il conto tornasse indietro. I dati degli ultimi due anni suggeriscono che il conto sta arrivando.
Il Rapporto Annuale Istat 2026 fotografa con precisione il fenomeno. Il ceto medio italiano, che pure si è leggermente allargato in termini numerici (dal 59,8% delle famiglie nel 2015 al 61,2% del 2025), è la fascia sociale che negli ultimi dieci anni ha perso più potere d’acquisto in assoluto: la spesa mensile equivalente è salita da 2.543 a 2.935 euro tra il 2014 e il 2024, ma al netto dell’inflazione la spesa reale è calata del 5,6%. In pratica, si spende di più per comprare meno. Il 16,1% delle famiglie di ceto medio dichiara oggi difficoltà ad arrivare a fine mese, e tra i nati fra il 1980 e il 1994 la quota di chi sperimenta una mobilità sociale verso il basso (27%) supera ormai quella di chi sale (25%): la prima generazione, nella storia recente del paese, con più probabilità di stare peggio dei propri genitori.
I numeri sui salari confermano il quadro. Secondo il Governatore di Banca d’Italia Fabio Panetta, lo shock inflazionistico del biennio 2022-2023 ha riportato i salari reali italiani sotto i livelli del 2000. A marzo 2025 la perdita di potere d’acquisto accumulata rispetto al 2019 era ancora del 10%, e il reddito reale da lavoro per occupato nel 2024 restava inferiore del 7,3% rispetto al 2004: vent’anni di lavoro per tornare, nella migliore delle ipotesi, al punto di partenza.
Mentre la base della piramide si assottiglia, il vertice si allarga. Il rapporto Oxfam Davos 2025 calcola che tra il 2010 e il 2025 la ricchezza nazionale italiana sia cresciuta di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91% di questo incremento sia finito al 5% più ricco della popolazione, contro il 2,7% andato alla metà più povera. Nel solo 2025 i miliardari italiani hanno visto crescere il proprio patrimonio di 54,6 miliardi di euro, arrivando a 307,5 miliardi complessivi detenuti da 79 persone. A livello globale, le 200 maggiori multinazionali hanno visto crescere i propri profitti del 47% tra il 2013 e il 2023, a fronte di un aumento dei dipendenti di appena il 7,8%: la crescita, quando c’è, si distribuisce sempre meno verso chi lavora e sempre più verso il capitale. Non è un caso isolato ma una tendenza strutturale, che gli economisti descrivono come una compressione costante della quota di reddito nazionale destinata al lavoro rispetto a quella destinata ai profitti.
Questa redistribuzione verso l’alto ha un costo sociale che comincia a essere misurabile. Nel 2025 in Italia sono nati solo 355mila bambini, il minimo storico dal secondo dopoguerra, con un tasso di fecondità sceso a 1,14 figli per donna, lontanissimo dalla soglia di ricambio generazionale di 2,1. Non è una questione di desiderio: il 62% degli italiani in età feconda dichiara di aver rinunciato ad avere altri figli per ostacoli economici e sociali, e se le intenzioni dichiarate si fossero tradotte in realtà, nel 2025 sarebbero nati circa 760mila bambini, più del doppio di quelli effettivamente venuti al mondo.
Parallelamente, il saldo migratorio degli italiani segna un rosso di 817mila persone dal 2006 a oggi, in prevalenza giovani che scelgono l’Europa per costruirsi un futuro che in patria fatica a materializzarsi. Il dato 2025 mostra un rallentamento delle partenze (109mila emigrati contro i 141mila del 2024), ma resta il segno di un sistema che fatica a trattenere e valorizzare le proprie energie migliori.
C’è un’ironia amara in tutto questo, che riguarda da vicino anche le stesse imprese impegnate nella corsa trimestrale ai margini. Il ceto medio non è solo forza lavoro: è il principale motore dei consumi interni. Se si comprime il reddito disponibile della maggioranza della popolazione, prima o poi si comprime anche la domanda che tiene in piedi le aziende stesse. È la stessa logica della seconda legge della termodinamica applicata ai sistemi economici: non si può estrarre valore da un sistema all’infinito senza che il sistema, a un certo punto, perda l’energia necessaria a rigenerarsi. La denatalità, la fuga dei giovani più formati, la contrazione dei consumi non sono fenomeni isolati: sono la reazione, uguale e contraria, a decenni di redistribuzione verso l’alto.
La domanda che i dati lasciano aperta non è tecnica ma politica e culturale: è davvero questa la direzione che vogliamo continuare a percorrere, sapendo che il conto, come in ogni sistema fisico, prima o poi si presenta?
12/08/2026
Fonti:
- Istat, Rapporto Annuale 2026 – il ceto medio si impoverisce
- Il Foglio – Ceto medio spremuto: il rapporto Istat
- Oxfam Italia – Report Disuguaglianza, Davos 2025
- Valori.it – Rapporto Oxfam 2025: disuguaglianze in Italia
- Il Fatto Quotidiano – Panetta (Bankitalia): salari reali sotto quelli del 2000
- Sky TG24 – Stipendi, salari reali crescono meno dell’inflazione
- L’Espresso – Se a crescere sono i profitti e non il lavoro
- ANSA – Nel 2025 in Italia nati solo 355mila bambini, minimo storico
- Il Fatto Quotidiano – Natalità Italia 2025, minimo storico
- Italia chiama Italia – Italiani all’estero, fuga dei cervelli 2025
- Osservatorio CPI Università Cattolica – Italiani in fuga: la ripresa dei deflussi

