Se la ricchezza cresce ma le famiglie no: perché il modello attuale non regge, e cosa rischia di sostituirlo
Articolo di Marco Simontacchi
I dati usciti nella seconda settimana di luglio 2026 sembrano raccontare due storie diverse. Confcommercio certifica che l’economia italiana accelera: PIL 2026 a +0,9%, consumi a +1,2%, un ritmo persino superiore a quello tedesco. Nello stesso giro di giorni, FABI e Banca d’Italia fotografano una ricchezza delle famiglie in apparente boom, +35% in cinque anni. Letti insieme, i due dati non sono contraddittori: sono la stessa dinamica vista da due angolazioni diverse. E quella dinamica, se non si inverte, è un problema per chiunque venda beni o servizi in Italia, non solo per chi si occupa di equità sociale.
Il PIL italiano cresce, ma non ovunque. Il Centro-Nord traina, il Mezzogiorno resta indietro, e in molte regioni del Sud i consumi delle famiglie sono ancora sotto i livelli del 2007: vent’anni di stagnazione o arretramento, in un pezzo consistente del Paese.
Sul fronte della ricchezza, il dato va scomposto. Il +35% nominale del patrimonio finanziario delle famiglie tra il 2020 e il 2025 diventa +13,2% una volta tolta l’inflazione cumulata del 19,4%. Ma la parte più rivelatrice è nel dettaglio: a trainare la crescita sono le azioni, +113% nominale, di cui però il 95% è capitale di imprese non quotate, quote di aziende in mano a imprenditori e soci, rivalutate sulla carta ma illiquide, non risparmio mobilitabile per consumi. Nello stesso periodo la liquidità sui conti correnti, lo strumento tipico del ceto medio, ha perso il 13,7% di potere d’acquisto reale.
Il quadro si chiude con i conti distributivi di Banca d’Italia: il 10% più ricco delle famiglie detiene il 60,6% della ricchezza netta nazionale, la metà più povera si ferma al 7,2%, e l’indice di Gini è salito ancora, da 71,5 a 72,2 punti. Non è un’istantanea, è una tendenza che si consolida anno dopo anno.
Messi insieme, questi dati dicono una cosa semplice. L’economia italiana cresce nei numeri aggregati, ma la crescita si concentra su chi possiede già capitale, d’impresa o finanziario, e su chi vive nelle aree più dinamiche del Paese. Chi vive di reddito da lavoro, soprattutto nel Mezzogiorno, e chi tiene i risparmi in forma liquida, resta fermo o arretra in termini reali.
Qui arriva il punto che riguarda direttamente chi fa impresa. Le aziende, alla fine della catena, producono beni e servizi che devono essere acquistati da qualcuno. Anche il fornitore B2B più a monte della filiera, chi vende macchinari, componenti, servizi professionali a un’altra azienda, dipende in ultima istanza dalla domanda di un consumatore finale, diretta o indiretta. Se la platea di famiglie con capacità di spesa reale si restringe, l’effetto si propaga lungo tutta la catena, solo con un ritardo temporale.
Il meccanismo è quello classico del moltiplicatore keynesiano, aggiornato ai dati di oggi: le famiglie a reddito medio-basso hanno una propensione marginale al consumo molto più alta di quelle ricche, perché spendono quasi tutto ciò che guadagnano su beni e servizi correnti. Le famiglie più abbienti, superata una certa soglia, tendono a risparmiare o investire l’eccedenza, spesso proprio in quegli asset finanziari e in quel capitale d’impresa che, come mostrano i dati FABI, si sta rivalutando più della liquidità. Quando la ricchezza si sposta dalla prima categoria alla seconda, il PIL sulla carta può anche tenere, grazie a esportazioni, investimenti, rivalutazioni patrimoniali, ma la domanda interna diffusa, quella che fa girare bar, negozi, servizi, e a cascata l’industria che li rifornisce, si indebolisce.
Il primo a sentirlo è il B2C: retail, ristorazione, servizi alla persona, tutto ciò che vive di spesa discrezionale delle famiglie. Ma con un ritardo di uno o due cicli produttivi, l’effetto arriva anche al B2B. Se il rivenditore vende meno, ordina meno al distributore. Se il distributore ordina meno, il produttore riduce la produzione. Se il produttore riduce la produzione, taglia gli investimenti in macchinari, consulenza, logistica, cioè la domanda per le aziende che stanno più a monte nella filiera. È esattamente il rischio descritto in apertura: un’economia che cresce nei totali aggregati ma si svuota nella sua base di domanda reale, finché anche i settori apparentemente più lontani dal consumatore finale iniziano a risentirne.
Se la domanda organica delle famiglie si indebolisce, resta un modo per continuare a far girare PIL e industria: sostituirla con la spesa pubblica, e in particolare con quella per riarmo e ricostruzione. Non è un’ipotesi teorica, è già nei numeri. La spesa militare diretta italiana nel 2026 tocca 33,9 miliardi di euro, un record, in aumento del 45% rispetto a dieci anni fa. Considerando anche sicurezza, infrastrutture strategiche e cybersicurezza, si arriva già al 2,8% del PIL. Il governo ha confermato l’impegno NATO verso il 5% del PIL entro il 2035, un percorso che secondo le stime dell’Osservatorio Mil€x porterebbe la spesa complessiva tra il 2025 e il 2035 a circa 1.063 miliardi di euro, contro i 564 miliardi dello scenario a normativa invariata: una differenza di quasi 500 miliardi.
Questo tipo di spesa genera PIL, occupazione nell’indotto industriale e militare, ordini per l’industria pesante e la meccanica. Ma è strutturalmente diverso dalla crescita trainata dai consumi delle famiglie, per almeno tre ragioni. Primo, non produce beni che aumentano il benessere diffuso della popolazione: un carro armato non entra nel carrello della spesa né migliora il potere d’acquisto di chi lo produce indirettamente, a differenza di beni di consumo che circolano nell’economia reale delle persone. Secondo, tende a concentrare i benefici su un numero relativamente ristretto di grandi gruppi industriali e sulla loro filiera diretta, senza il moltiplicatore diffuso che ha la spesa delle famiglie su migliaia di micro e piccole imprese del commercio e dei servizi. Terzo, è una crescita che si autoalimenta solo finché la spesa pubblica continua a salire: non genera, di per sé, un ciclo virtuoso di redditi, consumi e investimenti che si autosostiene nel tempo, come farebbe invece un aumento diffuso del potere d’acquisto.
Per onestà va detto anche l’altro lato della medaglia. La spesa per la difesa porta con sé investimenti in tecnologia, ricerca e capacità industriale che in parte si riversano anche su settori civili, dall’elettronica ai materiali avanzati alla cybersicurezza, e in una fase di riarmo generalizzato la scelta di non investire comporterebbe comunque un costo, quello della dipendenza strategica. Ma questo non cambia la sostanza dell’argomento: la spesa militare può attutire un ciclo, non sostituire in modo sano un modello di crescita basato sulla domanda diffusa delle famiglie.
Il rischio descritto è reale e coerente con i dati. Se il potere d’acquisto della maggioranza continua a comprimersi mentre la ricchezza si concentra su chi possiede capitale d’impresa e finanziario, prima o poi il sistema deve trovare un sostituto alla domanda che manca. Storicamente, quel sostituto è stato spesso la spesa pubblica per infrastrutture, guerra o ricostruzione: un volano che funziona nel breve periodo ma che, a differenza della crescita trainata dai consumi diffusi, non si autoalimenta e non lascia in eredità un tessuto economico più solido, semmai più dipendente dalla spesa dello Stato. La domanda che i dati di questi giorni pongono non è quindi solo quanto cresce l’Italia, ma chi sta crescendo, e se quella crescita genera altra crescita o si esaurisce in sé stessa.
14/07/2026

