Debito globale a record, credito alle PMI in contrazione: il paradosso del 2026
Il debito non è mai stato così abbondante, eppure per la maggior parte delle imprese italiane ottenere credito rimane una sfida quotidiana. Il Global Debt Report 2026 dell’OCSE fotografa con precisione questa contraddizione: governi e grandi aziende emetteranno quest’anno obbligazioni per 29mila miliardi di dollari, il 17% in più rispetto al 2024 e il doppio rispetto a dieci anni fa. Un record che in superficie restituisce l’immagine di mercati finanziari robusti e liquidi. In profondità, racconta qualcosa di molto diverso.
Il primo elemento da comprendere è la natura di questo debito. Il 78% dei prestiti obbligazionari sovrani nei Paesi OCSE è destinato non a finanziare nuovi investimenti ma a rifinanziare debito in scadenza: capitale che ruota su sé stesso, che assorbe risorse senza generare crescita. Le banche centrali, che per anni avevano svolto il ruolo di acquirenti istituzionali stabili, hanno progressivamente ridotto i loro portafogli. Il mercato si regge oggi su investitori privati, hedge fund, fondi esteri, family office, molto più sensibili alla volatilità e ai differenziali di rendimento. Questa pressione strutturale sul mercato obbligazionario sovrano comprime, per trasmissione, lo spazio disponibile per il credito alle imprese: banche costrette a competere per il funding diventano inevitabilmente più selettive nei confronti dei debitori minori.
Sul versante del credito privato, il quadro non è più rassicurante. Il mercato del private credit, i fondi che prestano direttamente alle aziende fuori dai canali bancari tradizionali, ha raggiunto 1.800 miliardi di dollari di masse gestite a metà 2025. In teoria, rappresenta un’alternativa al credito bancario. In pratica, il segmento serve il mercato mid-market, cioè aziende con EBITDA tipicamente superiore ai 50 milioni di euro, e sempre più si orienta verso operazioni di infrastruttura tecnologica e intelligenza artificiale. Per le microimprese e le PMI tradizionali, che ragionano in termini di poche centinaia di migliaia di euro, questi fondi semplicemente non esistono: sono al di fuori del loro radar per definizione strutturale, non per mancanza di volontà.
La concentrazione del credito corporate nella tecnologia aggiunge un ulteriore strato di complessità. Nel 2025, nove grandi player tech hanno raccolto da soli 122 miliardi di dollari sui mercati obbligazionari, quasi la metà dell’intera emissione del settore. Le proiezioni di spesa in conto capitale per il quinquennio 2026-2030 ammontano a 4.100 miliardi di dollari, più dell’intera spesa delle aziende non finanziarie americane nel 2025. Quando i capitali istituzionali convergono verso deal di questa dimensione e liquidità, la capacità di assorbimento per le emissioni medio-piccole si riduce per effetto di spiazzamento. Gli spread creditizi non-investment grade si trovano oggi vicini ai minimi storici, ma questo non indica un accesso democratico al credito: indica semplicemente che chi già accede al mercato lo fa a condizioni favorevoli. Per chi al mercato obbligazionario non arriva affatto, lo scenario resta invariato.
Il sistema produttivo italiano, fatto per il 95% di PMI che non emettono bond, non attraggono private equity e dipendono quasi esclusivamente dal credito bancario, si trova quindi a operare in un contesto in cui le forze strutturali globali lavorano sistematicamente contro la sua possibilità di finanziarsi. Non è una crisi acuta, ma una pressione lenta e persistente che erode le condizioni di accesso al capitale nel tempo.
La risposta italiana si articola su più strumenti. Il Fondo di Garanzia PMI, rifinanziato con un plafond di 140 miliardi per il 2026, resta il presidio principale: copre fino all’80% del rischio sui finanziamenti per investimenti e il 50% su quelli di liquidità, con un massimale di 5 milioni per singola impresa. Nei primi nove mesi del 2025 ha già supportato oltre 183.000 operazioni per 33,7 miliardi di erogazioni, con una crescita del 12,4% rispetto all’anno precedente, un segnale che la domanda da parte delle imprese minori è solida, nonostante le condizioni di mercato. La Nuova Sabatini, rifinanziata con 200 milioni nel 2026 e 450 nel 2027, continua a sostenere gli investimenti in beni strumentali, digitalizzazione e transizione green. La Legge PMI 2026, entrata in vigore il 7 aprile, ha avviato una riforma dei Confidi e introdotto la detassazione degli utili reinvestiti nelle reti d’impresa fino a un milione di euro annuo.
Questi strumenti non cambiano la geometria dei mercati finanziari globali descritta dall’OCSE. Ma compensano, almeno in parte, la posizione strutturalmente debole delle PMI italiane in un sistema del credito sempre più polarizzato. La vera sfida, per chi guida un’impresa, non è lamentare questa polarizzazione, che è reale e probabilmente destinata ad accentuarsi, ma attrezzarsi per navigarla con metodo. Conoscere il proprio profilo di bancabilità, presidiare i KPI che determinano l’accesso agli strumenti pubblici di garanzia, costruire nel tempo una reputazione creditizia solida: sono le leve su cui un imprenditore può effettivamente agire. Il contesto globale è dato; la risposta operativa, no.
Noi siamo pronti, Voi?
Articolo di Marco Simontacchi
14/04/2026

