Le Imprese Cessate nel 2025: Uno Sguardo su Dati, Trend e Sulle Realtà di Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio

Ogni inizio d’anno porta con sé il momento del bilancio per la demografia delle imprese italiane. Il recente studio dell’osservatorio iCRIBIS, focalizzato sul periodo che va dal 1° gennaio al 30 novembre 2025, fornisce una fotografia nitida e dettagliata di questo fenomeno, analizzando le 283.637 realtà che in quel lasso di tempo hanno chiuso la propria attività. Il dato aggregato, in calo del 12.2% rispetto allo stesso periodo del 2024 e corrispondente a una media di circa 849 cessazioni al giorno, introduce tuttavia un quadro complesso, dove le dinamiche territoriali, settoriali e strutturali disegnano una geografia della crisi imprenditoriale ben precisa.

La distribuzione mensile delle chiusure mostra un picco significativo a gennaio, mese in cui si concentra il 20.8% di tutte le cessazioni annuali, mentre agosto si conferma come il periodo di minore attività, con solo il 4.4% dei casi. Dal punto di vista geografico, la distribuzione riflette in parte il peso economico delle diverse aree del Paese. Il 51.4% delle imprese cessate si localizza nel Centro-Sud e nelle Isole, con una ripartizione interna del 22% al Sud, 8.9% nelle Isole e 20.5% al Centro. Il Nord Italia, nel suo complesso, raccoglie il restante 48.6%, suddiviso in 28.4% nel Nord-Ovest e 20.2% nel Nord-Est.

Scendendo al livello regionale, la Lombardia si posiziona al primo posto con 51.285 imprese cessate, pari al 18.1% del totale nazionale. Seguono, a distanza, il Lazio con il 10.6% e la Campania con il 9.4%. L’Emilia-Romagna, con l’8.9%, si attesta al quarto posto. Completano la classifica delle prime dieci regioni per numero assoluto di cessazioni il Veneto (8.3%), il Piemonte (7.5%), la Sicilia (6.6%), la Toscana (6.3%) e la Puglia (5.8%). Questa graduatoria trova un riscontro fedele a livello provinciale, dove si distinguono Roma (8.2% del totale nazionale), Milano (7.3%), Napoli (5.5%) e Torino (3.7%).

L’analisi della popolazione delle imprese cessate restituisce l’immagine di un tessuto imprenditoriale estremamente frammentato e di piccolissime dimensioni. La forma giuridica predominante è l’impresa individuale, che rappresenta il 68.4% del totale. La dimensione occupazionale media è di appena 1.3 addetti per impresa, per un totale di 381.408 dipendenti coinvolti nelle cessazioni. Il dato ancor più significativo è che il 78.6% delle attività chiuse impiegava meno di due dipendenti, mentre solo lo 0.2% aveva dieci o più addetti, a testimonianza di una crisi che ha colpito in modo quasi esclusivo le microimprese.

I settori economici più colpiti, identificati attraverso il codice ATECO, sono il commercio al dettaglio (16.2% delle cessazioni) e quello delle costruzioni (15.6%), al cui interno si segnalano i lavori di muratura (4.6%) e la costruzione di edifici (4%). Significativa è anche la quota delle attività di ristorazione (6.6%), con un dettaglio per la somministrazione di bevande (2.8%) e i ristoranti con servizio al tavolo (2.2%).

L’analisi dell’età delle aziende cessate rivela un’alta mortalità infantile: il 25.9% delle imprese ha chiuso entro i primi cinque anni di attività. Nel complesso, il 39.3% aveva meno di 10 anni, mentre le aziende con più di 50 anni di storia rappresentavano il 6.4%. La vita media di un’impresa cessata nel 2025 è risultata pari a 17.8 anni.

Per quanto riguarda le modalità di chiusura, la stragrande maggioranza (97.6%) è avvenuta in modo cosiddetto “favorevole” o ordinario. Tra queste, la causa principale è stata la “cessazione di ogni attività” (50.6%), seguita dalla chiusura della liquidazione (6.8%) e dallo scioglimento della società (3.4%). Le cessazioni “sfavorevoli”, legate a situazioni di insolvenza o gravi difficoltà, sono state il 2.4%, e tra queste la chiusura del fallimento rappresenta il 40.3% dei casi. Un segnale di allerta proviene dalla quota di imprese cessate che erano coinvolte in procedure concorsuali, pari al 26.5%. Percentuali minori riguardano aziende con protesti (1.2%) o attestazioni pregiudizievoli (0.4%).

Infine, la distribuzione per classi di fatturato conferma il profilo di microimpresa: il 67.4% delle cessate di cui è noto il dato fatturato meno di 100.000 euro all’anno. Solo lo 0.8% superava i 10 milioni di euro di fatturato.

Focus sulle Regioni Chiave: Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio

I dati nazionali trovano una loro specifica declinazione osservando le tre regioni economicamente cruciali di Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio. La Lombardia, motore economico del Paese, registra il numero assoluto più alto di cessazioni (51.285), un dato che riflette inevitabilmente la sua massiccia base imprenditoriale. La sfida per la regione è proteggere il suo vastissimo e capillare tessuto di microimprese e piccoli esercizi commerciali, che costituiscono l’humus vitale per l’intero sistema produttivo. L’Emilia-Romagna, culla dei distretti industriali e dell’autoimprenditorialità di qualità, con l’8.9% delle cessazioni nazionali, vede sotto pressione settori storici come le costruzioni e la ristorazione. La sua capacità di resilienza passerà dalla velocità con cui queste imprese sapranno innovare processi e prodotti. Il Lazio, infine, con il 10.6% delle chiusure e il peso preponderante della provincia di Roma (8.2% del dato nazionale), incarnata dalla “fotografia tipo” dell’impresa cessata (micro, commerciale, con sede a Roma), mostra la crisi acuta del piccolo commercio e dei servizi di prossimità nelle grandi aree metropolitane, strette tra costi operativi elevati e cambiamenti nelle abitudini di consumo.

Conclusioni

La sintesi del fenomeno per il 2025 può essere riassunta nel profilo di un’impresa individuale, con meno di due dipendenti, operante nel commercio al dettaglio e con sede nella provincia di Roma, che ha cessato ogni attività in modo ordinario dopo una vita media di circa 18 anni. Il calo generale delle cessazioni è un segnale positivo, ma la struttura del fenomeno rivela criticità antiche e profonde: la fragilità endemica delle microimprese, la concentrazione delle chiusure in settori tradizionali a bassa marginalità e alta concorrenza, e la difficoltà di sopravvivenza nei primi anni di vita. Per le regioni osservate – Lombardia, Emilia-Romagna e Lazio – la sfida è duplice: da un lato, sostenere la transizione digitale e competitiva di questa miriade di piccole realtà; dall’altro, semplificare l’ambiente burocratico-amministrativo e rafforzare gli strumenti di prevenzione della crisi aziendale, per permettere non solo la sopravvivenza, ma una prospettiva di crescita sostenibile a quella che è la spina dorsale dell’economia italiana.

Proprio su questi fronti, il nostro Studio è da tempo operativo, affiancando le micro e piccole imprese con un supporto concreto per traghettarle verso il raggiungimento di questi obiettivi. Attraverso una consulenza specializzata che va dalla definizione della strategia digitale alla gestione degli adempimenti, fino alla progettazione di piani di risanamento, lavoriamo per trasformare le vulnerabilità in punti di forza. Questo percorso è spesso accompagnato dalla ricerca e dall’accesso alle opportunità della finanza agevolata – fondi europei, crediti d’imposta, contributi a fondo perduto – che possono rappresentare la risorsa decisiva per investire, innovare e consolidare la propria presenza sul mercato, garantendo non solo la sopravvivenza ma una prospettiva di crescita sostenibile.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

20/01/2025

Fonti:

  • Studio ICRIBIS
  • Rapporto Unioncamere-ISTAT sulle nascite e morti delle imprese.
  • Banca d’Italia, “Relazione annuale” e “Bollettino economico”.
  • Centro Studi Assolombarda.
  • ERVET (Emilia-Romagna Valorizzazione Economica Territorio).
  • Camera di Commercio di Roma.
  • Rapporto SVIMEZ sull’economia del Mezzogiorno.
  • Fondazione Symbola.

Credito per pochi

Negli ultimi dieci anni (2013 – 2023), il sistema bancario italiano ha attraversato una trasformazione radicale nel suo approccio al credito. Da un lato, la liquidità è più che raddoppiata- da 200 miliardi a oltre 400, segno di una disponibilità finanziaria senza precedenti; dall’altro, gli impieghi verso le imprese si sono ridotti di un terzo – da oltre 900 miliardi a poco meno di 600, lasciando molte realtà produttive prive di risorse fondamentali per la crescita e lo sviluppo. Questo apparente paradosso rivela una realtà ben più complessa: le banche, pur avendo fondi in abbondanza, hanno operato una stretta creditizia senza precedenti, rendendo l’accesso al credito tradizionale un percorso sempre più selettivo e riservato a pochi.

A influenzare questa dinamica sono stati diversi fattori. Le regolamentazioni sempre più stringenti imposte dopo le crisi finanziarie hanno spinto gli istituti a rafforzare i requisiti di capitale e a limitare l’esposizione al rischio. La conseguenza è stata un cambiamento nelle politiche di concessione del credito, con criteri più rigidi che hanno tagliato fuori un numero crescente di imprese, specialmente quelle con situazioni finanziarie meno solide.

A questo si è aggiunto l’impatto delle politiche monetarie della Banca Centrale Europea. Se per anni i tassi d’interesse prossimi allo zero non hanno incentivato le banche a concedere prestiti alle imprese, il brusco rialzo del costo del denaro dal 2022 in poi ha reso il credito ancora più oneroso, inducendo molte aziende a rinunciare a finanziarsi attraverso i canali tradizionali. Parallelamente, le banche hanno preferito destinare la propria liquidità a investimenti più sicuri e remunerativi, come i titoli di Stato, piuttosto che esporsi al rischio di crediti difficili da recuperare.

Il risultato è che oggi ottenere un finanziamento bancario è diventato un autentico calvario. Solo chi dispone di bilanci impeccabili, gestione finanziaria ineccepibile e garanzie solide riesce ad accedere al credito in condizioni accettabili. Per tutti gli altri, e in particolare per le PMI, le startup o le aziende in fase di ristrutturazione, il credito bancario è ormai una chimera. In questa situazione si sono moltiplicate le soluzioni alternative, dal private debt al crowdfunding, fino al venture capital e alle piattaforme di finanziamento digitale. Tuttavia, si tratta di strumenti spesso più costosi, complessi da gestire e non sempre alla portata di chi avrebbe bisogno di liquidità immediata per sostenere la propria attività.

La realtà è chiara: il sistema economico finanziario dispone di risorse addirittura superiori al totale degli impieghi necessari per sostenere l’intero sistema imprenditoriale delle PMI. Eppure, gran parte degli imprenditori decidono di non giocare questa partita di vitale importanza perché ne sanno poco o nulla e perché ignorano le regole del gioco. L’imprenditore moderno ha bisogno di essere preso per mano affinché non si senta impreparato nello scendere in campo per andarsi a prendere la finanza di cui necessita.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

11/03/2025

Il Fallimento del Modello Globalizzato

Il mondo globalizzato che abbiamo costruito negli ultimi decenni si sta rivelando un modello insostenibile. La promessa di benessere diffuso si è infranta contro una realtà fatta di disuguaglianze crescenti, impoverimento del ceto medio e precarizzazione dei lavoratori. Il mito della crescita illimitata, sorretto dall’abbattimento dei costi e dalla ricerca spasmodica del profitto, ha prodotto conseguenze devastanti sotto gli occhi di tutti. Non servono grandi analisi per rendersene conto: basta osservare la realtà quotidiana.

Oggi, una piccola élite accumula ricchezze inimmaginabili, mentre milioni di persone faticano a sostenere i costi della vita. Il lavoro, che un tempo garantiva stabilità e sicurezza, è diventato sempre più incerto. Anche chi ha un impiego non ha più la certezza di poter costruire un futuro solido. Le statistiche lo confermano: la ricchezza si concentra sempre di più nelle mani di pochi, mentre il ceto medio, spina dorsale delle economie moderne, si assottiglia fino quasi a scomparire.

Secondo il Global Wealth Report 2023 di UBS e Credit Suisse, l’1% più ricco del pianeta possiede circa il 45% della ricchezza globale, mentre miliardi di persone vivono con meno di 5 dollari al giorno.

Oxfam, inoltre, denuncia che il divario tra ricchi e poveri si è ampliato drammaticamente, con i super-ricchi che continuano ad accumulare risorse mentre i lavoratori vedono ridursi il potere d’acquisto.

Delocalizzare, ridurre i salari, sacrificare le comunità locali in nome di una competitività sempre più aggressiva ha portato a un circolo vizioso. Interi settori produttivi sono stati smantellati e trasferiti in paesi dove la manodopera costa meno. Il risultato? Città un tempo fiorenti ora in crisi, competenze disperse, dipendenza da filiere globali sempre più fragili. Lo si è visto con la pandemia, quando bastava un’interruzione nella catena di approvvigionamento per mettere in ginocchio interi comparti industriali.

E non è solo una questione economica. Questo modello sta erodendo il tessuto sociale, creando frustrazione e disillusione. Sempre più persone si sentono escluse, prive di prospettive. La politica fatica a rispondere a queste sfide, e l’instabilità cresce. La fiducia nelle istituzioni si sgretola, lasciando spazio a tensioni e derive populiste.

Negli USA, dal 1970 a oggi, il reddito reale del ceto medio è stagnante o in calo, mentre il costo della vita aumenta. In Europa, il fenomeno del “lavoro-povertà” (working poor) è in crescita: Eurostat riporta che circa il 10% dei lavoratori europei è a rischio povertà, nonostante un impiego.

L’impoverimento della classe media ha alimentato instabilità politica, populismi e sfiducia nei confronti delle istituzioni. La mancanza di prospettive per i giovani sta creando un senso di insicurezza diffuso: secondo il World Economic Forum, il 60% dei giovani in molti paesi non crede più che avrà un futuro migliore rispetto ai propri genitori.

Eppure, esiste un’alternativa. Non si tratta di rinnegare del tutto la globalizzazione, ma di renderla più equilibrata. Un’economia che torni a mettere al centro l’uomo e non solo il profitto, che valorizzi la produzione locale e riduca la dipendenza da modelli produttivi incontrollabili, è non solo possibile ma necessaria. La localizzazione delle filiere produttive, il sostegno alle imprese del territorio, la creazione di un sistema che bilanci le esigenze globali con le specificità locali potrebbero dare nuova linfa alle comunità, restituendo dignità al lavoro e stabilità economica.

Perché alla fine è chiaro: un sistema che impoverisce la maggioranza della popolazione non è destinato a reggere a lungo. Il futuro non può essere costruito sulla precarietà, sull’instabilità e sulla continua erosione del benessere collettivo. Bisogna ripensare il modello, prima che sia troppo tardi.

Noi siamo pronti e vorremmo contribuire, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

11/02/2024

Stiamo tornando alla sostanza?

Vale la pena mettere in luce un cambiamento significativo nel mercato globale, in particolare nel settore automobilistico. La tendenza mostrata dai mercati riflette un mutamento culturale ed economico in cui i consumatori stanno diventando sempre più attenti e consapevoli, cercando un equilibrio tra qualità, prezzo e valore reale. Questa dinamica potrebbe essere vista come un ritorno alla sostanza rispetto alla pura apparenza.

Il declino della fedeltà ai brand storici potrebbe essere un valido segnale.

I marchi automobilistici tradizionali, per anni sinonimo di prestigio e innovazione, hanno spesso puntato sul valore percepito del brand piuttosto che su quello effettivo del prodotto. Tuttavia, i consumatori stanno iniziando a mettere in discussione il costo di questa fedeltà, soprattutto quando notano un calo della qualità o un aumento dei prezzi sproporzionato rispetto ai miglioramenti tecnologici. Solo a titolo esemplificativo possiamo citare alcuni fattori.

Affidabilità percepita: alcuni marchi storici sono stati associati a problemi di affidabilità negli ultimi anni, erodendo la loro reputazione.

Innovazione stagnante: molti marchi tradizionali sono stati lenti nell’adottare tecnologie emergenti come la mobilità elettrica o i sistemi di guida assistita rispetto a nuovi entranti o competitor orientali.

Le case automobilistiche asiatiche, in particolare dalla Corea del Sud e dalla Cina, hanno guadagnato terreno offrendo prodotti con un rapporto qualità-prezzo competitivo. Alcuni fattori chiave hanno inciso.

Con una produzione efficiente queste aziende hanno ottimizzato le loro filiere produttive, riducendo i costi senza compromettere la qualità.

La focalizzazione sul cliente, molte aziende orientali investono in ricerche per capire cosa desiderano i consumatori, offrendo garanzie più lunghe e caratteristiche standard più complete.

Innovazione tecnologica, in particolare nel settore dei veicoli elettrici (ad esempio BYD, NIO e MG), molte case asiatiche stanno sorpassando i competitor occidentali con tecnologie avanzate a prezzi accessibili.

Un cambio di paradigma pare essere in atto: la riscoperta della sostanza

Il motto “malo esse quam videri” (preferisco essere piuttosto che sembrare) riflette perfettamente la direzione che il mercato sta prendendo:

Trasparenza e autenticità vanno a braccetto, i consumatori moderni sono più informati e chiedono maggiore trasparenza. Le aziende che puntano solo sull’apparenza vengono spesso penalizzate.

Valore tangibile è quanto il mercato ormai chiede, la domanda di prodotti che abbiano un valore reale, che durino nel tempo e che siano sostenibili è in crescita.

Sostenibilità come fattore chiave, le nuove generazioni stanno guidando una transizione verso scelte più responsabili. Marchi che non integrano pratiche sostenibili rischiano di perdere terreno.

Le aziende che sapranno prosperare in questo contesto saranno quelle capaci di combinare:

Qualità reale e percepita: costruendo prodotti affidabili e innovativi.

Prezzi equi: mantenendo un rapporto qualità-prezzo competitivo.

Autenticità e trasparenza: conquistando la fiducia dei consumatori attraverso azioni concrete, non solo marketing.

L’era degli “specchietti per le allodole” sembra avviarsi verso il tramonto, sostituita da un mercato più meritocratico dove la sostanza diventa il fattore determinante per il successo. Questo paradigma, se abbracciato, può creare un ecosistema più sano e orientato al valore reale, non solo alla percezione.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

04/12/2024

Dazi USA: scenari macroeconomici

Se gli Stati Uniti imponessero dei dazi elevati sui beni italiani, gli effetti sulla macroeconomia italiana si manifesterebbero attraverso diversi canali, sia diretti sia indiretti. Ecco una panoramica delle principali implicazioni economiche in base ai meccanismi previsti dalla teoria economica e agli scenari osservati in passato.

Effetti diretti sul commercio

  • Diminuzione delle esportazioni: I dazi renderebbero i beni italiani più costosi negli USA, riducendo la competitività di prodotti esportati come vini, formaggi, beni di lusso e automobili. Dato che gli USA sono uno dei maggiori partner commerciali dell’Italia, una riduzione delle esportazioni potrebbe avere un impatto diretto sul PIL, soprattutto in settori strategici e ad alto valore aggiunto.
  • Settori maggiormente colpiti: Tra i settori più a rischio ci sarebbero l’agroalimentare (vini, olio, formaggi), la moda e il lusso (abbigliamento, calzature, gioielli) e i macchinari. Per molti di questi beni, la domanda americana è significativa e i dazi potrebbero far calare drasticamente le vendite.

Effetti sul mercato del lavoro

  • Perdita di posti di lavoro nei settori esportatori: Un calo delle esportazioni verso gli USA potrebbe costringere molte aziende italiane a ridurre la produzione e, di conseguenza, a diminuire la forza lavoro. Questo impatterebbe maggiormente i settori industriali e manifatturieri già in sofferenza, innescando possibili pressioni sociali e sindacali.
  • Riorientamento delle competenze: Potrebbe essere necessario avviare politiche di riqualificazione per i lavoratori, sostenendo la transizione verso altri settori o mercati, ma questo processo richiederebbe tempo e investimenti da parte del governo.

 Effetti sulla bilancia commerciale e sulla valuta

  • Peggioramento della bilancia commerciale: Se le esportazioni verso gli USA diminuissero e non venissero compensate da un aumento delle esportazioni verso altri paesi, la bilancia commerciale italiana potrebbe peggiorare. Questo potrebbe, a sua volta, indebolire l’euro nei confronti del dollaro.
  • Impatto sui tassi di cambio: Un deprezzamento dell’euro potrebbe rendere le esportazioni italiane più competitive in altri mercati, ma aumenterebbe i costi delle importazioni. In un contesto inflazionistico, questo potrebbe spingere i prezzi interni verso l’alto, generando ulteriori pressioni inflazionistiche.

Effetti sui prezzi interni e sull’inflazione

  • Aumento dei costi di produzione: Se le imprese italiane dovessero affrontare dazi anche su materie prime o componenti importate dagli USA, i costi di produzione potrebbero aumentare, con un conseguente impatto sui prezzi finali al consumo. Questo fenomeno potrebbe tradursi in un aumento dell’inflazione interna, che andrebbe a penalizzare il potere d’acquisto dei consumatori.
  • Effetto sul carrello della spesa: I beni importati dagli USA, come prodotti tecnologici, potrebbero subire aumenti di prezzo, incidendo direttamente sul costo della vita in Italia.

Politiche economiche di risposta

  • Sostegno alle imprese esportatrici: Il governo italiano potrebbe decidere di intervenire con aiuti mirati alle aziende colpite dai dazi, come incentivi fiscali o sussidi. Tuttavia, tali politiche implicherebbero un aumento della spesa pubblica, che potrebbe risultare problematico considerando i vincoli di bilancio dell’Italia e l’elevato debito pubblico.
  • Diversificazione dei mercati: Un’ulteriore strategia potrebbe essere la promozione di nuovi mercati di esportazione, ad esempio in Asia o in Africa, dove la domanda di prodotti europei è in crescita. Tuttavia, questa diversificazione richiederebbe tempo e investimenti.

Effetti indiretti: fiducia e investimenti

  • Incertezza e fiducia degli investitori: L’introduzione di dazi statunitensi potrebbe minare la fiducia delle imprese italiane e degli investitori internazionali, frenando investimenti e piani di espansione. Un clima di incertezza potrebbe ridurre anche la domanda interna, poiché sia le famiglie sia le imprese potrebbero diventare più caute nella spesa.
  • Reazioni delle imprese: Alcune aziende potrebbero scegliere di delocalizzare parte della produzione o di investire in modo più selettivo per adattarsi ai nuovi contesti commerciali, ma ciò ridurrebbe il valore aggiunto generato in Italia.

Scenari geopolitici e relazioni UE-USA

  • Risposta dell’Unione Europea: Come accaduto in altre occasioni, l’Unione Europea potrebbe intervenire in difesa dei propri membri, adottando contromisure sotto forma di dazi su beni statunitensi o avviando negoziati commerciali per alleggerire l’impatto sulle economie nazionali. Tali misure di ritorsione potrebbero però innescare un effetto domino, con un’intensificazione della guerra commerciale tra USA ed Europa.

Riepilogo degli scenari possibili

Scenario conservativo: Impatti contenuti grazie a contromisure UE e a un rapido adattamento delle imprese italiane. In questo caso, la perdita di competitività sarebbe moderata e la bilancia commerciale ne risentirebbe solo marginalmente.

Scenario pessimistico: Effetti diretti severi sulle esportazioni e aumento dell’inflazione. Si potrebbe verificare un aumento del deficit commerciale e una riduzione del PIL, accompagnati da incertezza e aumento della disoccupazione.

Scenario adattivo: Il governo interviene con misure di sostegno temporaneo, mentre le aziende accelerano i piani di diversificazione verso altri mercati, limitando i danni sul medio termine.

In conclusione, sebbene l’effetto complessivo dipenderebbe dall’entità dei dazi e dalla capacità dell’Italia di rispondere rapidamente, un aumento significativo delle barriere commerciali USA influenzerebbe inevitabilmente la stabilità macroeconomica italiana.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

13/11/2024