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La fine delle garanzie Covid: il conto arriva adesso

Articolo di Marco Simontacchi – 14/10/2026

L’era degli aiuti di Stato nati con la pandemia si sta chiudendo davvero, e non con un annuncio ma con una lenta successione di scadenze. Tra il 2020 e il 2022 il sistema produttivo italiano ha ricevuto una quantità di credito garantito dallo Stato senza precedenti: finanziamenti con coperture del Fondo di garanzia per le PMI gestito da Mediocredito Centrale all’80 e al 90%, fino al 100% per i prestiti più piccoli, e le garanzie SACE di Garanzia Italia per le imprese più grandi. Quei finanziamenti, in gran parte a sei o otto anni, stanno arrivando a scadenza o vanno rinnovati proprio ora, e il rinnovo avviene con regole completamente diverse.

Oggi una linea per liquidità assistita dal Fondo viene coperta al 50%. Quel 30% che manca rispetto alla copertura dell’era Covid non è un dettaglio tecnico: è rischio che torna sul bilancio della banca, e che la banca deve decidere se tenere, farsi garantire da altri o eliminare. Era tutto prevedibile, perché il ritorno alle regole ordinarie è stato annunciato e graduato per anni. Eppure molte aziende, comprese realtà di dimensioni rilevanti, se ne stanno accorgendo soltanto al momento della revisione degli affidamenti, quando la banca comunica una riduzione delle linee o chiede un piano di rientro.

Le dimensioni del fenomeno spiegano perché il tema non riguarda pochi casi isolati. Secondo i dati presentati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy nel giugno 2026, il Fondo di garanzia ha accolto circa 1,6 milioni di operazioni nel solo 2020, con 107 miliardi di euro garantiti e una copertura media dell’85%; nel triennio 2020-2022 le operazioni sono state circa 2,9 milioni, per oltre 210 miliardi di garanzie. Per avere un termine di paragone, nel 2019 le operazioni erano state 125 mila per 13 miliardi. Già nel gennaio 2022 Milano Finanza, citando Banca d’Italia, riportava che tra aprile 2020 e giugno 2021 quasi la metà dei nuovi prestiti alle piccole imprese era assistita dal Fondo o da altre garanzie pubbliche.

Quello stock si sta riducendo velocemente. Le garanzie in essere sono passate dal picco di 177 miliardi del 2022 ai 115 miliardi di fine 2025, con circa 50 miliardi in uscita ogni anno a fronte di circa 30 miliardi di nuove garanzie, che però nascono con coperture più basse: nel 2025 la copertura media è stata del 50% sulle operazioni di liquidità e dell’80% su quelle per investimenti. Di quei 115 miliardi, 45 sono ancora garanzie concesse nel regime del Temporary Framework Covid, destinate a scadere o a essere rinegoziate nei prossimi mesi. È questa la massa di credito che le banche stanno rivedendo adesso.

Non si tratta di un credito privo di rischio. Banca d’Italia ha rilevato che i prestiti con garanzia pubblica mostrano un tasso di deterioramento annuo intorno al 2%, circa il doppio di quelli senza garanzia statale, e ha chiesto alle banche di verificare i processi di gestione di questi finanziamenti per evitare di perdere la garanzia per errori formali o scadenze mancate.

Il ritorno alla normalità è avvenuto per gradi. Chiuso il Temporary Framework europeo a fine giugno 2022, la copertura del Fondo è rimasta all’80% fino a dicembre 2023; nel 2024 è scesa al 55-60% sulla liquidità, in funzione del rating, e dal 2025 si è assestata al 50%, mentre resta all’80% per gli investimenti. Le regole attuali sono state prorogate al 31 dicembre 2026 dal decreto-legge 200 del 2025, e per le midcap fino a 499 dipendenti le coperture si fermano al 30% sulla liquidità e al 40% sugli investimenti. Per il 2027 è allo studio un decreto del Ministero che renderebbe la copertura sulla liquidità variabile tra il 40 e il 70% in base al merito di credito: chi ha un rating peggiore otterrà meno garanzia proprio quando ne avrebbe più bisogno.

Perché questo cambia il comportamento delle banche lo spiegano le regole prudenziali di Basilea, recepite nel Regolamento europeo sui requisiti patrimoniali e aggiornate dal 1° gennaio 2025 con il cosiddetto CRR3. La parte di un finanziamento coperta da una garanzia che gode della controgaranzia dello Stato viene trattata come un’esposizione verso lo Stato italiano e assorbe pochissimo capitale; la parte scoperta viene invece ponderata come rischio d’impresa, in funzione del rating del cliente. Quando la copertura passa dall’80% al 50%, la quota di finanziamento che pesa sul patrimonio della banca sale dal 20 al 50%, cioè due volte e mezza a parità di importo.

Di fronte a questo assorbimento di capitale la banca ha poche alternative: chiedere garanzie aggiuntive che coprano quel 30% mancante, da un confidi, da beni aziendali o, sempre più spesso, dai soci e dagli amministratori con fideiussioni personali; aumentare il prezzo del finanziamento; oppure ridurre l’esposizione. Per le imprese con un rating debole o con una documentazione previsionale fragile, la terza strada è spesso quella che la banca sceglie.

Per l’impresa l’effetto si manifesta quasi sempre nello stesso modo. Al momento del rinnovo di un fido o della rinegoziazione di un finanziamento in scadenza, la banca propone un importo più basso, condizioni più onerose o garanzie aggiuntive; nei casi peggiori chiede il rientro, totale o parziale, entro tempi brevi. Molte aziende hanno usato la liquidità garantita non per un’emergenza temporanea ma per finanziare il capitale circolante in modo strutturale, e hanno costruito su quella disponibilità i propri piani industriali. Venuta meno la garanzia, viene meno anche la base su cui quei piani poggiavano.

Il contesto non aiuta. I tassi di riferimento della BCE sono tornati a salire nel 2026, i costi energetici sono di nuovo sotto pressione e, secondo un’analisi di Unimpresa su dati Banca d’Italia, a marzo 2026 i prestiti alle piccole imprese erano in calo del 4,3% su base annua, al terzo anno consecutivo di contrazione, mentre quelli alle imprese medio-grandi crescevano del 2,2%. Ma anche le imprese più strutturate non sono al riparo: chi ha utilizzato le garanzie SACE, che coprivano dal 70 al 90% dei prestiti per una durata fino a sei anni, si trova davanti allo stesso problema con importi molto più elevati.

Il punto critico è il tempo. Una riduzione degli affidamenti affrontata con qualche mese di anticipo si gestisce: si rivede il fabbisogno, si cercano fonti alternative, si attivano altre garanzie, si negozia un ammortamento. Scoperta all’ultimo momento, la stessa riduzione può compromettere un piano di investimenti, mettere in tensione i pagamenti a fornitori e dipendenti e, per le aziende già fragili, aprire la strada a una vera crisi d’impresa.

C’è poi un aspetto che molti imprenditori sottovalutano. L’articolo 2086 del codice civile impone all’imprenditore che opera in forma societaria di istituire assetti organizzativi, amministrativi e contabili adeguati, anche per rilevare tempestivamente la crisi e la perdita della continuità aziendale; il Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza, all’articolo 3, chiarisce che questi assetti devono permettere di verificare la sostenibilità dei debiti e le prospettive di continuità almeno per i dodici mesi successivi. La scadenza di una garanzia pubblica e il conseguente rinnovo a condizioni peggiori sono esattamente il tipo di evento che un assetto adeguato deve intercettare per tempo.

Se non lo intercetta, le conseguenze possono uscire dal perimetro della società. Gli amministratori rispondono verso la società e verso i creditori sociali quando il patrimonio risulta insufficiente a soddisfarli per effetto dell’inosservanza dei loro doveri, come prevedono l’articolo 2476 per le S.r.l. e l’articolo 2394 per le S.p.A., e dopo il verificarsi di una causa di scioglimento devono gestire la società al solo fine di conservarne il patrimonio, secondo l’articolo 2486. A questo si aggiungono le fideiussioni personali che le banche richiedono sempre più spesso proprio per coprire la quota di rischio lasciata scoperta dal Fondo. In entrambi i casi, a pagare non è più soltanto l’azienda ma il patrimonio personale di chi la guida. Non accorgersi di una scadenza annunciata da anni difficilmente potrà essere presentato come un evento imprevedibile.

Il primo passo è semplice e va fatto subito: censire tutti i finanziamenti e gli affidamenti assistiti da garanzia pubblica, con la percentuale di copertura, la scadenza e la data di revisione, e confrontarli con la Centrale dei Rischi per avere la stessa fotografia che vede la banca. Il secondo è stimare l’impatto: quale parte di quelle linee rischia di non essere rinnovata, o di esserlo a condizioni diverse, e che effetto avrebbe sul fabbisogno di cassa dei prossimi dodici mesi. È qui che un previsionale di tesoreria costruito sui dati reali dell’azienda diventa lo strumento decisivo.

Il terzo passo è presentarsi in banca prima che sia la banca a chiamare, con un piano credibile e una proposta: un consolidamento su durate più lunghe, la riconversione di parte della liquidità in finanziamenti per investimenti, che mantengono la copertura all’80%, l’intervento di un confidi, l’utilizzo di strumenti agevolati, una revisione del rating attraverso la gestione attenta dei rapporti bancari. Un’impresa che arriva con numeri ordinati e un orizzonte chiaro ottiene condizioni diverse da una che subisce la revisione.

Lo Studio Simontacchi affianca le imprese in tutte queste fasi, dall’analisi della Centrale dei Rischi e del rating alla costruzione del previsionale di tesoreria, fino alla negoziazione con il sistema bancario e alla ricerca di garanzie e strumenti di finanza agevolata, all’interno di un assetto conforme all’articolo 2086. La fine delle garanzie Covid non è un’emergenza improvvisa: è una scadenza nota, e come tutte le scadenze note si affronta meglio quando la si guarda in anticipo.

Fonti

  • MIMIT, Fondo di garanzia per le PMI, presentazione di A. Cuoco, giugno 2026 (PDF)
  • Assolombarda, Fondo di Garanzia: le regole 2026, DL 200/2025 (pagina)
  • MySolution, Fondo di garanzia PMI verso nuove regole dal 2027, 9 ottobre 2026 (articolo)
  • Milano Finanza, Soft landing per le garanzie MCC, gennaio 2022 (articolo)
  • Iusletter, Prestiti Covid sotto controllo ma Bankitalia invita a non abbassare la guardia, agosto 2024 (articolo)
  • Osservatorio CPI, Le garanzie statali, dicembre 2020 (PDF)
  • Teleborsa, Unimpresa: per PMI e aziende familiari prestiti in calo, giugno 2026 (articolo)
  • Norme: DL 18/2020 (Cura Italia), DL 23/2020 (Liquidità), DL 200/2025; Regolamento UE 575/2013 (CRR) come modificato dal Regolamento UE 2024/1623 (CRR3); artt. 2086, 2394, 2476 e 2486 c.c.; art. 3 D.Lgs. 14/2019 (Codice della crisi d’impresa e dell’insolvenza)

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Quando il problema diventa la soluzione: l’approccio consulenziale alla finanza agevolata

Articolo di Marco Simontacchi

Un’azienda con una storia creditizia solida, una Centrale Rischi pulita e un rapporto consolidato con il proprio istituto di credito si trova improvvisamente in difficoltà di liquidità. Il motivo è concreto e circoscritto: un ordine significativo, già preparato e pronto per la consegna, non viene né ritirato né pagato dall’acquirente. Il risultato è un magazzino sovradimensionato rispetto al normale flusso operativo, che blocca risorse finanziarie rilevanti.

L’imprenditore, comprensibilmente preoccupato, si rivolge alla propria banca di fiducia. Racconta la situazione com’è andata: un cliente che non ha onorato l’impegno, una perdita di liquidità improvvisa, la necessità di un finanziamento per coprire il buco. La banca ascolta, valuta, e nega.

La risposta non è irragionevole: nessun istituto di credito finanzia un buco. L’approccio narrativo dell’imprenditore, pur corretto nella sostanza, ha incorniciato la richiesta come la copertura di un danno, non come il supporto a un’azienda sana che attraversa una fase di temporanea immobilizzazione. Il merito creditizio c’è. Il modo in cui è stato presentato il fabbisogno, no.

L’approccio consulenziale: cambia la prospettiva, non i fatti. Un consulente che lavora sulla finanza agevolata legge la stessa situazione in modo radicalmente diverso. I numeri sono identici, la storia è la stessa. Quello che cambia è il punto di partenza.

Non si parte dal problema, si parte dal magazzino. Un magazzino esistente, valorizzato, con una rotazione in linea con la media del settore di appartenenza, è un asset reale. Può essere garanzia. Può essere la base di uno strumento finanziario progettato esattamente per quella funzione. La giacenza non ha bisogno di essere giustificata attraverso la disavventura commerciale che l’ha generata: un magazzino sano è bancabile indipendentemente dal motivo per cui esiste.

Il consulente non racconta la perdita, presenta il patrimonio.

Esistono strumenti finanziari, e in molti settori produttivi esistono anche agevolazioni specifiche, pensati proprio per finanziare il capitale circolante e le scorte di un’impresa in piena attività. Non sono prodotti generici: nascono per rispondere a esigenze strutturali di certe filiere, dove la stagionalità, i cicli di produzione e la giacenza di prodotto finito sono parte integrante del modello di business.

In questi contesti, il magazzino non è un problema da spiegare. È la garanzia naturale dell’operazione.

Abbinare a questi strumenti le garanzie pubbliche disponibili, statali o regionali, permette di ridurre ulteriormente il rischio percepito dalla banca, migliorare le condizioni applicate, e spesso accelerare i tempi di istruttoria. Non si tratta di trovare scorciatoie: si tratta di utilizzare correttamente gli strumenti che il sistema ha messo a disposizione per supportare le imprese che operano in certi settori.

E in molte regioni italiane, per determinati comparti produttivi, le agevolazioni disponibili, tra bandi attivi, contributi a fondo perduto e garanzie pubbliche, sono numerose e spesso sottoutilizzate, proprio perché richiedono una conoscenza tecnica che l’imprenditore da solo non ha ragione di possedere.

Vediamo cosa cambia con la consulenza.

L’imprenditore di questa storia non aveva un problema di merito creditizio. Aveva un problema di formulazione. La banca non ha detto “lei non è solvibile”. Ha detto “questa operazione, così com’è presentata, non è finanziabile”.

Quella risposta, per chi conosce il settore e gli strumenti disponibili, non è una porta chiusa. È un invito a riformulare.

Il ruolo del consulente di finanza agevolata è esattamente questo: tradurre una situazione reale nel linguaggio corretto, abbinarla agli strumenti giusti, attivare le garanzie disponibili e, dove opportuno, segnalare le opportunità complementari, bandi, contributi, misure di sostegno, che spesso restano invisibili a chi non le monitora professionalmente.

Il risultato, in casi come questo, è che la stessa impresa, con gli stessi numeri, ottiene la liquidità di cui ha bisogno. Non perché sia cambiata la realtà, ma perché è cambiato l’approccio con cui quella realtà è stata presentata e gestita.

La finanza agevolata non è un privilegio riservato a chi conosce i codici giusti. È uno strumento di sistema che funziona quando viene usato correttamente. Il valore della consulenza sta proprio qui: non nell’accesso alle informazioni, ma nella capacità di applicarle al caso concreto.

27/05/2026

Pagare in ritardo è un vizio che costa caro. E non solo a chi aspetta.

Articolo di Marco Simontacchi

Lo Studio Pagamenti 2026 di CRIBIS, il principale osservatorio italiano sul credit management, costruito su oltre due miliardi di esperienze raccolte in 37 paesi, ha fotografato una realtà che non sorprende chi opera sul campo, ma che merita di essere letta con la giusta attenzione. Solo il 43,4% delle imprese italiane paga le proprie fatture entro i termini concordati, con un calo di 1,7 punti percentuali rispetto all’anno precedente. Il risultato è una scivolata al 21° posto in Europa e al 28° nel mondo: un posizionamento che racconta qualcosa di strutturale, non di episodico.

I dati Cerved confermano la stessa tendenza da un’angolatura diversa: le grandi imprese saldano in media a 73 giorni, quasi due mesi e mezzo. Le medie a oltre 63. Le piccole a 57. Solo le microimprese si avvicinano ai 50 giorni, pur essendo paradossalmente le più esposte agli impatti di un mancato incasso. I ritardi gravi, quelli oltre i 90 giorni, si attestano al 4,1% e mostrano un lieve miglioramento, ma il quadro d’insieme resta quello di un sistema che fa dell’attesa una prassi consolidata, non un’eccezione.

Il punto, però, non è solo il dato in sé. È la catena di conseguenze che innesca.

Un ritardo di pagamento non rimane circoscritto al rapporto tra chi deve e chi aspetta. Si propaga. L’impresa che incassa tardi è costretta a pagare tardi a sua volta, o a ricorrere al credito bancario per coprire il vuoto di cassa. Chi utilizza stabilmente gli affidamenti oltre la soglia del 75% della propria disponibilità sa già, o dovrebbe sapere, che quella situazione viene letta dalle banche come un segnale di tensione. Nella componente qualitativa del rating, essere cronicamente al limite con la tesoreria equivale a trasmettere un messaggio preciso: l’azienda non ha cuscinetti, non ha margine di manovra, non gestisce la liquidità: la rincorre. E bastano uno o due clienti che saltano un pagamento perché l’intera gestione delle scadenze entri in affanno, con tutto ciò che ne consegue in termini di rapporti con i fornitori, tensioni bancarie e credibilità commerciale.

Si stima che il 54% delle imprese subisca ritardi negli incassi e che quasi il 60% di esse sia stata costretta a bloccare investimenti previsti, nuove assunzioni, ampliamento della gamma, sviluppo commerciale, proprio per effetto di questa pressione sulla liquidità. Non è un problema di singole aziende mal gestite. È un effetto sistemico che deprime la capacità di crescita dell’intero tessuto produttivo.

Di fronte a questo scenario, non esiste una soluzione singola e risolutiva. Esistono invece approcci corretti e approcci sbagliati. L’approccio corretto è sistemico, e parte da una consapevolezza spesso sottovalutata: il rischio non viene solo dai clienti cattivi pagatori. Viene anche dai fornitori strategici in difficoltà, da quelli che improvvisamente non sono più in grado di garantire le forniture perché loro stessi stretti in una morsa analoga. La gestione del rischio commerciale, dunque, deve guardare in entrambe le direzioni della filiera, con un’analisi periodica non solo del portafoglio clienti ma anche dei partner produttivi e logistici rilevanti.

Qui si fa luce una dimensione che il legislatore ha già recepito, e che chi gestisce un’impresa non può più permettersi di ignorare. Con la modifica dell’art. 2086 del Codice Civile e con il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza (D.Lgs. 14/2019, poi aggiornato dal D.Lgs. 83/2022), l’imprenditore che opera in forma societaria o collettiva ha oggi l’obbligo di dotarsi di adeguati assetti organizzativi, amministrativi e contabili. Non come adempimento burocratico da certificare e riporre in un cassetto, ma come strumento operativo di governo dell’impresa. La norma è esplicita: questi assetti devono consentire di rilevare tempestivamente eventuali squilibri patrimoniali o economico-finanziari, di verificare la sostenibilità dei debiti almeno per i dodici mesi successivi, e di intercettare i segnali di allarme prima che diventino emergenze.

Tra i segnali che il Codice individua come indicatori di possibile crisi figurano, non a caso, proprio quelli legati alla dinamica dei pagamenti: debiti verso fornitori scaduti da oltre 90 giorni e superiori ai debiti non scaduti, esposizioni bancarie scadute da più di 60 giorni o che abbiano superato i limiti degli affidamenti, difficoltà ricorrenti nel rispetto delle scadenze verso i dipendenti. Non è una lista casuale. È la fotografia di ciò che succede quando un’impresa vive di rimessa, senza strumenti per anticipare e gestire i flussi.

Il valore reale degli adeguati assetti, tuttavia, va ben oltre il perimetro della prevenzione della crisi. Chi li implementa seriamente, e la distinzione tra implementazione seria e adempimento formale è tutto, si ritrova di fatto con un cruscotto gestionale che permette di tenere sotto controllo margini, tesoreria e rischi in modo continuativo. Il budget di cassa, la pianificazione dei flussi almeno a dodici mesi, il monitoraggio degli scostamenti rispetto alle previsioni: sono strumenti che consentono di prendere decisioni fondate, non di rincorrere l’emergenza. E producono un effetto collaterale positivo anche sul fronte bancario: come evidenziato dalle linee guida EBA recepite dal sistema creditizio italiano, la qualità degli assetti organizzativi, la capacità di un’impresa di presentare piani industriali affidabili e analisi prospettiche credibili, è sempre più parte integrante della valutazione del merito creditizio. Migliorare il rating non significa solo migliorare i numeri di bilancio. Significa anche dimostrare di saper governare l’azienda in modo informato e proattivo.

Il ritardo nei pagamenti è un sintomo. La liquidità compressa, l’utilizzo cronico degli affidamenti, l’assenza di pianificazione finanziaria sono il terreno in cui quel sintomo prospera. Affrontarlo richiede di lavorare sulla struttura, non sull’emergenza. E la struttura, oggi, ha anche un nome preciso: adeguati assetti. Non un obbligo da assolvere, ma uno strumento da usare.

13/05/2026

Il Credito Invisibile: Quello che Non Sai di Poter Avere

Nella gestione di un’impresa, siamo abituati a monitorare i costi che vediamo. Li analizziamo, li ottimizziamo, cerchiamo di contenerli. Ma esiste una categoria di costi che spesso sfugge al radar, perché è nascosta in una voce di bilancio che diamo per scontata: il costo dell’assenza forzata di un dipendente.

Quando un collaboratore si infortuna in un incidente stradale, o subisce un danno a causa della negligenza di un terzo, la nostra prima preoccupazione è umana e operativa. Ci chiediamo come sta, come riorganizziamo il lavoro. Quello che quasi nessuno si chiede, però, è se quell’onere economico – le giornate di lavoro perse, i contributi versati, il costo della sostituzione – debba per forza gravare sulle spalle dell’azienda.

La risposta, in molti casi, è no. Esiste un diritto preciso, un meccanismo di rivalsa del datore di lavoro, che consente di recuperare interamente queste spese quando l’evento che ha causato l’assenza è imputabile a un soggetto terzo assicurato. È un principio giuridico solido, eppure rimane uno degli strumenti più sottoutilizzati nel panorama imprenditoriale italiano.

Pensate alle situazioni più comuni, quelle che accadono davvero: un autista aziendale tamponato nel traffico, un venditore che scivola su un marciapiede ghiacciato e mal manutenuto dal Comune, un operaio che, tornando a casa in bicicletta, viene investito o addirittura se è un fatto accaduto durante la vita privata. In tutti questi casi, mentre il dipendente è giustamente tutelato, l’azienda sopporta un danno economico diretto e calcolabile. Un danno che, per legge, potrebbe essere integralmente risarcito.

Il paradosso è lampante. Da un lato, le aziende cercano ogni giorno efficienza e ottimizzazione, scrutando ogni centesimo di spesa. Dall’altro, ignorano sistematicamente la possibilità di recuperare somme spesso significative, semplicemente perché non sanno che questo diritto esiste, o credono che attivarlo sia troppo complesso, burocratico e incerto.

Lasciare che questi crediti prescrivano – la legge concede due anni – non è solo una questione di risorse lasciate sul tavolo. È l’indicatore di un approccio che non considera fino in fondo la protezione del proprio patrimonio. È come avere una polizza assicurativa dimenticata in un cassetto e continuare a pagare di tasca propria i danni che coprirebbe.

Scoprire se nella storia recente della vostra azienda si nascondono simili opportunità non richiede uno sforzo titanico, ma solo la giusta consulenza. Un’analisi competente può identificare rapidamente i casi passati e in corso che sono potenzialmente recuperabili, anche se il dipendente coinvolto non lavora più con voi. E il bello è che questa verifica può avvenire senza alcun costo o impegno preventivo per l’azienda, perché il compenso della consulenza è legato al successo del recupero effettivo.

Il vero cambiamento, quindi, non è operativo, ma culturale. Si tratta di iniziare a guardare a certe voci di costo non come a fatalità ineluttabili, ma come a crediti temporaneamente dormienti. Si tratta di passare da un’ottica puramente difensiva nella gestione delle assenze a una prospettiva proattiva di tutela del bilancio aziendale.

Chiederselo è il primo, fondamentale passo: la mia azienda sta inconsapevolmente finanziando un danno che, per diritto, dovrebbe essere a carico di altri?

La risposta potrebbe riservare una piacevole sorpresa. E trasformare un costo passato in una risorsa per il futuro.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

09/12/2025

Spese indetraibili: il boomerang nascosto per le PMI

In molte piccole e medie imprese italiane è frequente la tendenza a utilizzare con generosità spese come ristoranti, viaggi, auto aziendali o rappresentanza, nella convinzione che possano alleggerire il peso fiscale riducendo l’utile e aumentare i propri compensi in modo indiretto. Queste voci, però, sono spesso solo parzialmente deducibili e, in alcuni casi, addirittura indetraibili. Il Testo Unico delle Imposte sui Redditi prevede limiti specifici: l’articolo 164 stabilisce che i costi per i veicoli aziendali, salvo eccezioni, possano essere dedotti solo in percentuale ridotta, mentre gli articoli 108 e 109 fissano tetti precisi per le spese di rappresentanza, spesso collegati al volume d’affari.

L’apparente vantaggio che queste spese offrono diventa presto un problema. Poiché non sono deducibili integralmente, l’utile fiscale risulta spesso più alto di quanto non emerga dal saldo reale di cassa. Ci si trova così a dover versare imposte su utili che esistono solo sulla carta, mentre la liquidità aziendale è stata già assorbita dalle stesse spese. Ne deriva un disallineamento che può diventare critico: il capitale circolante si assottiglia, i fornitori attendono, il personale dev’essere pagato e le risorse per sostenere l’attività ordinaria o gli investimenti scarseggiano.

Quando la pressione fiscale diventa eccessiva rispetto alla disponibilità finanziaria, non è raro che l’imprenditore cerchi di riequilibrare la situazione ricorrendo a correzioni di bilancio. Svalutazioni, accantonamenti, ammortamenti anticipati o altre scelte “creative” diventano strumenti per ridurre l’utile dichiarato. Ma queste manovre, se da un lato riducono il carico fiscale nell’immediato, dall’altro minano la credibilità dell’impresa di fronte alle banche. Gli istituti di credito valutano i bilanci con modelli standardizzati, che analizzano indicatori di solvibilità e redditività. Una contabilità alterata, anche solo parzialmente, fa scendere il rating, complica il rinnovo degli affidamenti e può persino portare alla perdita della controgaranzia statale del Fondo di Garanzia per le PMI, rendendo più difficile e costoso accedere al credito.

Il rischio, però, non si ferma qui. Se l’impresa scivola in una situazione di crisi e approda a una procedura concorsuale, come una liquidazione giudiziale o un concordato, le scelte gestionali che hanno impoverito il patrimonio possono ricadere sugli amministratori stessi. Il Codice Civile prevede che, in caso di danno ai creditori sociali derivante da cattiva gestione, gli amministratori rispondano con il proprio patrimonio personale. Se poi le correzioni di bilancio sono state utilizzate per ottenere affidamenti bancari o nascondere difficoltà finanziarie, il confine con i reati diventa sottile: le false comunicazioni sociali, la bancarotta fraudolenta o, nei casi più estremi, la truffa ai danni delle banche possono trasformare un comportamento imprudente in un vero e proprio incubo legale.

A conti fatti, l’illusione di ottenere un beneficio immediato attraverso l’uso eccessivo di spese poco deducibili rischia di costare molto più cara di quanto sembri. Il carico fiscale sproporzionato, la perdita di affidabilità verso gli istituti di credito e i rischi legali per gli amministratori trasformano quello che appare come un vantaggio in un boomerang pericoloso. Una pianificazione fiscale e finanziaria equilibrata, basata su strumenti leciti e trasparenti come leasing, incentivi fiscali o una gestione accurata del capitale circolante, è spesso l’unica strada per evitare di compromettere la stabilità dell’impresa e la serenità dell’imprenditore stesso.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

29/07/2025

EBA + LOM + ESG = Finanza alle imprese

Negli ultimi anni ottenere un prestito bancario è diventato più complesso rispetto al passato. Non basta più avere i conti in ordine: oggi le banche richiedono alle imprese una capacità sempre più chiara di dimostrare la sostenibilità finanziaria futura. Questo cambiamento deriva da una serie di linee guida europee, le cosiddette “LOM”, acronimo che sta per “Loan Origination and Monitoring”, ossia concessione e monitoraggio dei prestiti. Le LOM sono state introdotte dall’EBA, l’Autorità Bancaria Europea, che ha il compito di stabilire regole comuni per rendere più solido e trasparente il sistema finanziario dell’Unione Europea.

Anche se le LOM sono tecnicamente rivolte alle banche, le conseguenze ricadono direttamente sulle imprese. Infatti, le banche per adeguarsi devono chiedere informazioni molto più dettagliate alle aziende che chiedono credito, andando ben oltre il bilancio o il rendiconto economico. Questo significa che un’impresa deve oggi essere in grado di raccontare con numeri precisi non solo dove si trova, ma anche dove sta andando. Bisogna saper presentare proiezioni, flussi di cassa attesi, sostenibilità del debito, ma anche eventuali criticità e piani per affrontarle.

Un aspetto sempre più rilevante introdotto nelle più recenti evoluzioni delle LOM riguarda i cosiddetti rischi ESG, cioè quelli legati a fattori ambientali, sociali e di governance. Le banche sono invitate a valutare anche l’impatto ambientale delle attività finanziate, la qualità della gestione aziendale e la trasparenza dell’impresa. Questo significa che una PMI attenta all’ambiente, ben strutturata nei processi interni e trasparente nei rapporti con collaboratori e clienti è vista con maggiore favore dal sistema bancario.

Le banche, per rispettare le linee guida LOM, esaminano con attenzione la capacità dell’impresa di generare utile operativo e flussi di cassa. Analizzano la sostenibilità dell’indebitamento, il livello di rischio finanziario e la capacità di far fronte alle obbligazioni nei tempi previsti. Per fare questo, è necessario che le imprese forniscano dati affidabili su utili, margini operativi, debiti, patrimonio netto e capacità di autofinanziamento. Non si tratta solo di fotografie del passato, ma anche di film del futuro: le banche vogliono vedere dove l’azienda pensa di andare, con quali risorse e in quali tempi.

Al di là dei numeri, ci sono altri segnali che possono generare preoccupazione negli istituti di credito. Ritardi nei pagamenti verso dipendenti, fisco o enti previdenziali, perdite economiche ripetute, cali significativi del fatturato o riduzioni improvvise del patrimonio netto sono tutti elementi che possono far scattare un campanello d’allarme. In alcuni casi, le banche inseriscono nei contratti dei cosiddetti “covenants”, cioè clausole che impongono il rispetto di certi parametri: se non vengono rispettati, il prestito può diventare revocabile o rinegoziabile in termini peggiorativi.

Per questo motivo, oggi più che mai, le imprese devono essere preparate. È fondamentale avere una visione d’insieme solida, piani finanziari aggiornati, previsioni ragionevoli e fondate, nonché la capacità di spiegare e giustificare le proprie performance in modo trasparente. Non si tratta di una formalità, ma di un nuovo modo di dialogare con il sistema bancario, fatto di consapevolezza, capacità previsionale e affidabilità.

Le nuove regole europee non devono spaventare. Sono nate per rendere il credito più sicuro, più equo e più sostenibile. Per le imprese, significa che non basta più chiedere fiducia: bisogna saperla meritare con dati, progetti e capacità di gestione. In questo contesto, chi impara a parlare il linguaggio delle banche parte con un grande vantaggio. Per questo, è consigliabile iniziare da subito a organizzare le proprie informazioni in modo chiaro e strutturato. È un investimento che può fare la differenza, oggi più che mai.

Noi siamo pronti, voi?

Articolo di Lello Piperno

23/07/2025

PMI e Finanza Straordinaria

Negli ultimi anni, il concetto di finanza straordinaria ha assunto una centralità sempre più marcata nelle strategie di sviluppo delle PMI. Di fronte a un credito bancario tradizionale sempre più selettivo e oneroso, molte imprese hanno cominciato a esplorare soluzioni alternative per sostenere la crescita, migliorare la liquidità o ristrutturare il proprio debito. Gli strumenti a disposizione sono molteplici, ciascuno con caratteristiche proprie, vantaggi e limiti che vanno compresi a fondo per poterne fare un uso realmente efficace.

Il crowdfunding, in particolare, si è affermato come uno degli strumenti più accessibili, diffondendosi sia nella sua forma equity sia in quella lending. Nel primo caso, attraverso piattaforme online, le imprese aprono il proprio capitale sociale a una moltitudine di investitori, raccogliendo risorse fresche senza generare nuovo debito. Questo permette di rafforzare la struttura patrimoniale e migliorare l’immagine creditizia, ma richiede la disponibilità ad accettare una certa diluizione della proprietà aziendale, con tutti i riflessi anche in termini di governance e comunicazione verso nuovi soci. Nel caso del lending crowdfunding, invece, l’impresa ottiene finanziamenti sotto forma di prestito da parte di una pluralità di investitori, mantenendo intatto il controllo societario ma assumendosi l’onere della restituzione del capitale con gli interessi pattuiti. Il vantaggio principale risiede nella rapidità dell’operazione e nella possibilità di costruire un piano di rimborso più flessibile rispetto a quello bancario, anche se i tassi di interesse possono risultare più elevati, soprattutto in funzione del rischio percepito dagli investitori.

Accanto al crowdfunding, si è sviluppato il mercato della cessione dei crediti commerciali attraverso piattaforme digitali di invoice trading. Questo strumento consente alle imprese di cedere singole fatture a investitori o operatori specializzati, ottenendo immediatamente liquidità senza dover attendere i tempi di pagamento concordati con i clienti. La grande forza di questa soluzione è la possibilità di intervenire in modo selettivo su specifici crediti, senza dover vincolare l’intero portafoglio. Tuttavia, la valutazione del credito ceduto e il profilo di rischio del cliente possono influenzare significativamente il prezzo di cessione, con una riduzione del valore nominale della fattura che, in alcune situazioni, può risultare non trascurabile.

Il reverse factoring rappresenta un’altra modalità evoluta di gestione del capitale circolante. A differenza del factoring tradizionale, è il cliente finale – generalmente di grandi dimensioni – a coinvolgere un operatore finanziario per anticipare i pagamenti ai suoi fornitori. Per le PMI fornitrici si tratta di un’opportunità importante: si ottiene liquidità immediata, si riducono i tempi di incasso e si migliora la posizione finanziaria, spesso a condizioni più favorevoli rispetto al credito bancario. Il rovescio della medaglia è che il reverse factoring è strettamente legato alla solidità e alla volontà del cliente capofiliera; se quest’ultimo dovesse modificare strategia o ridimensionare il programma, il fornitore potrebbe ritrovarsi improvvisamente senza accesso a questa forma di liquidità.

Tra gli strumenti più strutturati e sofisticati si collocano infine i minibond. Attraverso l’emissione di questi titoli di debito, le PMI possono raccogliere fondi presso investitori istituzionali per finanziare progetti di crescita, investimenti strategici o operazioni straordinarie. I minibond offrono il vantaggio di ottenere importi significativi su orizzonti temporali medio-lunghi, spesso con modalità di rimborso flessibili. Al contempo, richiedono una struttura aziendale adeguata a sostenere il peso di un’operazione finanziaria complessa: piani industriali solidi, bilanci certificati, sistemi di controllo interno robusti e una capacità dimostrata di generare cassa sufficiente per onorare il servizio del debito. Il costo di emissione e gestione non è trascurabile e l’accesso a questi strumenti è di fatto riservato alle imprese che presentano un profilo economico-finanziario sufficientemente sano e trasparente.

Nonostante la varietà di soluzioni disponibili, nessuno di questi strumenti può essere considerato la “formula magica” per tutte le imprese. Ogni opzione richiede una valutazione attenta e personalizzata in base alle caratteristiche specifiche dell’azienda, ai suoi obiettivi di crescita, alla struttura patrimoniale e alla capacità di sostenere l’impegno finanziario nel tempo. L’errore più grave sarebbe quello di scegliere uno strumento di finanza straordinaria esclusivamente sulla base della rapidità di accesso o della moda del momento, senza una vera analisi strategica delle implicazioni operative, finanziarie e patrimoniali.

In un mercato in rapida evoluzione e sempre più competitivo, le imprese che sapranno approcciare questi strumenti con metodo, competenza e visione potranno trasformare la finanza straordinaria da semplice necessità contingente a leva di crescita strutturale. Una finanza non più subita, ma governata con intelligenza e consapevolezza, capace di diventare un alleato prezioso nella costruzione di un futuro solido e sostenibile.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

23/04/2025

Credito per pochi

Negli ultimi dieci anni (2013 – 2023), il sistema bancario italiano ha attraversato una trasformazione radicale nel suo approccio al credito. Da un lato, la liquidità è più che raddoppiata- da 200 miliardi a oltre 400, segno di una disponibilità finanziaria senza precedenti; dall’altro, gli impieghi verso le imprese si sono ridotti di un terzo – da oltre 900 miliardi a poco meno di 600, lasciando molte realtà produttive prive di risorse fondamentali per la crescita e lo sviluppo. Questo apparente paradosso rivela una realtà ben più complessa: le banche, pur avendo fondi in abbondanza, hanno operato una stretta creditizia senza precedenti, rendendo l’accesso al credito tradizionale un percorso sempre più selettivo e riservato a pochi.

A influenzare questa dinamica sono stati diversi fattori. Le regolamentazioni sempre più stringenti imposte dopo le crisi finanziarie hanno spinto gli istituti a rafforzare i requisiti di capitale e a limitare l’esposizione al rischio. La conseguenza è stata un cambiamento nelle politiche di concessione del credito, con criteri più rigidi che hanno tagliato fuori un numero crescente di imprese, specialmente quelle con situazioni finanziarie meno solide.

A questo si è aggiunto l’impatto delle politiche monetarie della Banca Centrale Europea. Se per anni i tassi d’interesse prossimi allo zero non hanno incentivato le banche a concedere prestiti alle imprese, il brusco rialzo del costo del denaro dal 2022 in poi ha reso il credito ancora più oneroso, inducendo molte aziende a rinunciare a finanziarsi attraverso i canali tradizionali. Parallelamente, le banche hanno preferito destinare la propria liquidità a investimenti più sicuri e remunerativi, come i titoli di Stato, piuttosto che esporsi al rischio di crediti difficili da recuperare.

Il risultato è che oggi ottenere un finanziamento bancario è diventato un autentico calvario. Solo chi dispone di bilanci impeccabili, gestione finanziaria ineccepibile e garanzie solide riesce ad accedere al credito in condizioni accettabili. Per tutti gli altri, e in particolare per le PMI, le startup o le aziende in fase di ristrutturazione, il credito bancario è ormai una chimera. In questa situazione si sono moltiplicate le soluzioni alternative, dal private debt al crowdfunding, fino al venture capital e alle piattaforme di finanziamento digitale. Tuttavia, si tratta di strumenti spesso più costosi, complessi da gestire e non sempre alla portata di chi avrebbe bisogno di liquidità immediata per sostenere la propria attività.

La realtà è chiara: il sistema economico finanziario dispone di risorse addirittura superiori al totale degli impieghi necessari per sostenere l’intero sistema imprenditoriale delle PMI. Eppure, gran parte degli imprenditori decidono di non giocare questa partita di vitale importanza perché ne sanno poco o nulla e perché ignorano le regole del gioco. L’imprenditore moderno ha bisogno di essere preso per mano affinché non si senta impreparato nello scendere in campo per andarsi a prendere la finanza di cui necessita.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

11/03/2025

Crowdfunding: un’opportunità quando e per chi

Il crowdfunding rappresenta un’opportunità significativa per diverse tipologie di aziende, specialmente per le startup e le piccole e medie imprese (PMI) che cercano di raccogliere capitali per finanziare i loro progetti o espandere le loro attività. Ecco alcuni dettagli sull’opportunità del crowdfunding e per quali aziende è più adatto:

Opportunità del Crowdfunding:

Accesso al Capitale: Il crowdfunding permette alle aziende di raccogliere fondi direttamente dal pubblico, bypassando le tradizionali fonti di finanziamento come le banche e gli investitori istituzionali.

Validazione del Mercato: Avviare una campagna di crowdfunding può aiutare a testare l’interesse del mercato per un prodotto o un servizio prima del suo lancio ufficiale.

Marketing e Visibilità: Le campagne di crowdfunding possono aumentare la visibilità di un’azienda e dei suoi prodotti, fungendo anche da strumento di marketing.

Feedback dei Consumatori: Le aziende possono ricevere feedback preziosi dai potenziali clienti, che possono essere utilizzati per migliorare il prodotto o il servizio.

Fedeltà e Coinvolgimento dei Clienti: I sostenitori del crowdfunding spesso diventano ambasciatori del marchio, aumentando il coinvolgimento e la fedeltà dei clienti.

Tipologie di Aziende Adatte al Crowdfunding:

Startup Tecnologiche: Aziende che sviluppano nuovi prodotti tecnologici o innovativi trovano spesso nel crowdfunding una piattaforma ideale per raccogliere fondi e validare le loro idee.

Progetti Creativi: Progetti nel campo dell’arte, del design, della musica, e del cinema spesso utilizzano il crowdfunding per finanziare le loro creazioni.

Imprese Sociali: Le aziende con una missione sociale o ambientale possono raccogliere fondi attraverso il crowdfunding, attirando sostenitori interessati alla loro causa.

Prodotti di Consumo: Le aziende che sviluppano nuovi prodotti di consumo, come gadget, abbigliamento, e alimenti, possono utilizzare il crowdfunding per raccogliere fondi e aumentare la consapevolezza del marchio.

Settori Tradizionali con Innovazioni: Anche le aziende in settori tradizionali che introducono innovazioni possono beneficiare del crowdfunding per attirare l’attenzione e raccogliere capitali.

Il crowdfunding è quindi una soluzione versatile che può essere utilizzata da diverse tipologie di aziende per superare le barriere finanziarie e accelerare la crescita.

​​Avere una base di investitori o sostenitori preesistente può fare una grande differenza nel successo di una campagna di crowdfunding. Ecco alcuni punti chiave da considerare:

Preparazione Prima del Lancio:

Costruzione di una Comunità: Prima di lanciare una campagna, è fondamentale costruire una comunità di potenziali sostenitori attraverso i social media, newsletter e altri canali di comunicazione. Questo crea un gruppo di persone interessate e pronte a sostenere il progetto fin dal primo giorno.

Pre-lancio e Marketing: Creare una strategia di marketing efficace che coinvolga contenuti promozionali, video, storie dietro le quinte e testimonianze può generare entusiasmo e aspettativa intorno al progetto.

Partnership e Collaborazioni: Collaborare con influencer, blogger e altre aziende può aiutare a espandere la portata della campagna e attrarre più sostenitori.

Strategia Durante la Campagna:

Aggiornamenti Regolari: Mantenere i sostenitori informati con aggiornamenti regolari sul progresso della campagna e sulle novità del progetto.

Coinvolgimento dei Sostenitori: Incoraggiare i sostenitori a condividere la campagna con i loro network personali per amplificare il messaggio.

Obiettivi Realistici: Stabilire obiettivi finanziari realistici e raggiungibili, con traguardi intermedi che mantengano alta la motivazione sia per il team che per i sostenitori.

Gestione Post-campagna:

Comunicazione Trasparente: Continuare a comunicare con i sostenitori anche dopo il termine della campagna, aggiornandoli sullo sviluppo del progetto e sull’utilizzo dei fondi raccolti.

Fidelizzazione: Creare opportunità di coinvolgimento continuo per i sostenitori, trasformandoli in clienti fedeli o ambasciatori del marchio.

Errori da Evitare:

Scarsa Preparazione: Lanciare una campagna senza una preparazione adeguata può portare a un rapido insuccesso.

Obiettivi Irrealistici: Fissare obiettivi troppo ambiziosi senza avere una base solida di sostenitori può risultare in un fallimento della campagna.

Comunicazione Inefficace: Non mantenere i sostenitori informati può generare disinteresse e perdita di fiducia.

Una solida strategia di pre-lancio, un coinvolgimento attivo durante la campagna e una comunicazione trasparente dopo la raccolta sono fondamentali per garantire il successo di una campagna di crowdfunding.

Una campagna di crowdfunding di successo può essere una base solida per una futura IPO (Initial Public Offering) quando l’azienda sarà matura. Ecco alcuni modi in cui una campagna di crowdfunding può preparare il terreno per un’IPO:

Benefici del Crowdfunding per una IPO:

Validazione del Mercato: Una campagna di crowdfunding di successo dimostra che esiste un mercato per i prodotti o servizi dell’azienda, fornendo una prova di concetto che può essere attraente per gli investitori istituzionali durante una IPO.

Costruzione della Comunità: Il crowdfunding aiuta a creare una base di sostenitori fedeli che possono diventare investitori retail durante la IPO. Questa comunità può anche fornire un solido sostegno morale e finanziario.

Visibilità e Pubblicità: Le campagne di crowdfunding aumentano la visibilità dell’azienda, costruendo una reputazione e una presenza nel mercato che possono facilitare il processo di IPO.

Dati e Feedback: Il feedback ricevuto durante la campagna di crowdfunding può aiutare l’azienda a migliorare i suoi prodotti o servizi, aumentando le sue possibilità di successo a lungo termine e rendendola più attraente agli investitori durante una IPO.

Prove di Capacità Gestionale: Gestire una campagna di crowdfunding di successo richiede competenze in marketing, gestione finanziaria e comunicazione con gli investitori. Dimostrare queste capacità può infondere fiducia nei potenziali investitori durante una IPO.

Preparazione per una IPO:

Solide Pratiche Finanziarie: Durante e dopo la campagna di crowdfunding, è essenziale mantenere una rigorosa disciplina finanziaria e documentare accuratamente tutte le transazioni e i risultati finanziari.

Crescita Sostenibile: Utilizzare i fondi raccolti per investimenti strategici che promuovano una crescita sostenibile e redditizia.

Trasparenza e Governance: Stabilire pratiche di governance aziendale trasparenti e solide, che sono essenziali per il successo di una IPO.

Consultazione con Esperti: Collaborare con consulenti finanziari, legali e altri esperti per prepararsi adeguatamente alla IPO, assicurandosi che tutti gli aspetti normativi e legali siano in ordine.

Pianificazione a Lungo Termine: Mantenere una visione a lungo termine per l’azienda, assicurandosi che tutte le decisioni prese siano orientate verso il raggiungimento degli obiettivi a lungo termine, inclusa una futura IPO.

Una campagna di crowdfunding di successo può fungere da trampolino di lancio per una IPO, ma è importante ricordare che la transizione richiede una pianificazione strategica e una gestione attenta. Le aziende devono essere pronte ad affrontare le rigorose esigenze del mercato pubblico e dimostrare una crescita sostenibile e redditizia per attrarre gli investitori durante una IPO.

Noi ci siamo, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

04/06/2024

Previsionale di Gestione della tesoreria e Compliance alla Nuova Legge sulle Crisi di Insolvenza

La gestione finanziaria è un elemento cruciale per il successo di qualsiasi impresa, ma assume un’importanza ancora maggiore nelle Piccole e Medie Imprese (PMI). Un previsionale di gestione dei flussi finanziari almeno a sei mesi è essenziale per garantire la stabilità e la crescita dell’azienda, oltre a facilitare la compliance con le nuove normative sulle crisi di insolvenza.

Importanza del Previsionale di Gestione dei Flussi Finanziari

Previsione delle Necessità di Liquidità: Le PMI spesso operano con margini di liquidità ristretti. Un previsionale di gestione dei flussi finanziari aiuta a identificare le future necessità di liquidità, permettendo di pianificare anticipatamente finanziamenti o risparmi per evitare crisi di liquidità che potrebbero compromettere le operazioni quotidiane.

Pianificazione degli Investimenti: La previsione dei flussi di cassa consente alle imprese di pianificare gli investimenti in maniera più efficace. Con una chiara visione dei flussi di cassa futuri, un’azienda può decidere quando e quanto investire in nuovi progetti, attrezzature o espansione, senza mettere a rischio la propria stabilità finanziaria.

Monitoraggio della Performance Finanziaria: Un previsionale ben strutturato permette di monitorare costantemente la performance finanziaria dell’azienda, confrontando i flussi di cassa previsti con quelli effettivi. Questo monitoraggio continuo aiuta a identificare rapidamente eventuali deviazioni negative, consentendo di adottare misure correttive tempestive.

Gestione dei Rapporti con i Finanziatori: I finanziatori e gli investitori guardano con favore alle aziende che dimostrano di avere una gestione finanziaria solida e previsioni accurate. Un buon previsionale può migliorare la credibilità dell’azienda e facilitare l’accesso a finanziamenti esterni a condizioni più favorevoli.

Identificazione dei Primi Segnali di Crisi: Uno degli aspetti più critici della gestione finanziaria è la capacità di intercettare i primi segnali di crisi aziendale. Analizzare i flussi di cassa futuri permette di individuare tempestivamente potenziali problemi di liquidità o finanziari, offrendo l’opportunità di intervenire prima che la situazione diventi critica.

Gestione dei Fabbisogni Temporanei: Durante la fase di crescita dei ricavi, è comune che le aziende affrontino fabbisogni temporanei di liquidità. Gestire questi fabbisogni con anticipo, almeno qualche mese prima che si verifichino, è fondamentale per evitare interruzioni nelle operazioni e per supportare la continua crescita del business.

Compliance alla Nuova Legge sulle Crisi di Insolvenza

La nuova legge sulle crisi di insolvenza impone alle aziende di monitorare e gestire i propri rischi finanziari in modo più rigoroso. Tra gli elementi chiave della normativa vi sono:

Obbligo di Adeguata Struttura Finanziaria: Le PMI devono assicurarsi di mantenere una struttura finanziaria equilibrata e sostenibile, evitando eccessivi livelli di indebitamento che potrebbero portare a insolvenza.

Monitoraggio dei Flussi di Cassa: La normativa richiede un monitoraggio continuo dei flussi di cassa per identificare tempestivamente segnali di crisi. Questo implica la necessità di previsioni dettagliate e aggiornate sui flussi finanziari.

Piani di Risanamento: In caso di difficoltà finanziarie, le aziende devono predisporre piani di risanamento che includano previsioni finanziarie realistiche e misure concrete per migliorare la liquidità e la redditività.

Responsabilità degli Amministratori: Gli amministratori sono tenuti a vigilare attivamente sulla situazione finanziaria dell’azienda e a intervenire prontamente in caso di segnali di crisi, pena responsabilità personali in caso di negligenza.

Per le PMI, un previsionale di gestione dei flussi finanziari è uno strumento essenziale non solo per garantire la stabilità operativa e finanziaria, ma anche per adempiere agli obblighi imposti dalla nuova legge sulle crisi di insolvenza. Una gestione attenta e proattiva dei flussi di cassa può fare la differenza tra il successo e il fallimento, fornendo le basi per una crescita sostenibile e una maggiore resilienza di fronte alle sfide economiche.

Noi siamo pronti, Voi?

Articolo di Marco Simontacchi

29/05/2024