Allianz Risk Barometer 2026: i nuovi rischi globali
Nel 2026 il panorama dei rischi aziendali globali si presenta più complesso, interconnesso e dinamico che mai. È quanto emerge dall’Allianz Risk Barometer 2026, l’indagine annuale che raccoglie le opinioni di 3.338 esperti di risk management provenienti da 97 Paesi e 23 settori industriali. Il quadro che ne deriva non racconta soltanto quali siano i pericoli più temuti dalle imprese, ma riflette una trasformazione strutturale del modo in cui il rischio viene percepito e gestito in un mondo segnato da accelerazione tecnologica, tensioni geopolitiche e vulnerabilità sistemiche.
Per il quinto anno consecutivo gli incidenti cyber si confermano al primo posto tra le principali preoccupazioni aziendali a livello globale, con il 42% delle risposte. Non si tratta più soltanto di una minaccia informatica circoscritta ai reparti IT, ma di un rischio strategico che può compromettere continuità operativa, reputazione, conformità normativa e stabilità finanziaria. Il ransomware, in particolare, continua a rappresentare una delle forme di attacco più temute, mentre la crescente dipendenza da fornitori terzi, servizi cloud e infrastrutture digitali amplifica l’esposizione delle imprese. A rendere il quadro ancora più delicato è l’integrazione dell’intelligenza artificiale nelle tecniche di attacco, che consente ai cyber criminali di automatizzare e rendere più sofisticate le intrusioni.
Proprio l’intelligenza artificiale è la grande protagonista dell’edizione 2026 del Barometro, balzando dal decimo al secondo posto nella classifica globale dei rischi più temuti. L’IA rappresenta una straordinaria opportunità di innovazione e crescita, ma al tempo stesso introduce nuove fragilità operative, legali e reputazionali. Le aziende si interrogano sulla responsabilità in caso di errori algoritmici, sui rischi legati alla disinformazione e ai deepfake, sulle implicazioni normative e sulla capacità interna di governare tecnologie che evolvono più rapidamente delle strutture di controllo. L’adozione spesso procede più velocemente della maturità organizzativa, creando un divario tra ambizione strategica e reale preparedness.
Al terzo posto si colloca la business interruption, che per la prima volta esce dalla top two dopo anni di dominio. La sua centralità, tuttavia, non diminuisce: l’interruzione dell’attività rimane una conseguenza diretta di molti altri rischi, dal cyber alle catastrofi naturali, dalle tensioni politiche ai guasti infrastrutturali. Le catene di fornitura globali, rese più efficienti ma anche più fragili da modelli just-in-time e forte integrazione internazionale, continuano a mostrare vulnerabilità significative. Solo una minima parte delle aziende considera le proprie supply chain pienamente resilienti, segno che la lezione delle crisi recenti è ancora in fase di metabolizzazione.
Il quarto posto è occupato dai cambiamenti normativi e regolamentari, un rischio che riflette la crescente frammentazione dell’ordine economico globale. Le divergenze tra Stati Uniti, Unione Europea e Cina in materia di regolamentazione digitale, intelligenza artificiale, finanza e sostenibilità generano complessità operative e costi di conformità crescenti per le imprese multinazionali. Non è tanto la quantità di norme a preoccupare, quanto la loro disomogeneità e la velocità con cui possono cambiare in un contesto politico sempre più polarizzato.
Le catastrofi naturali e il cambiamento climatico, pur arretrando leggermente nella classifica, continuano a esercitare un impatto economico rilevante. Le perdite assicurate superano da anni la soglia dei 100 miliardi di dollari e i cosiddetti “rischi secondari”, come incendi, alluvioni e tempeste violente, stanno assumendo un peso comparabile a quello degli eventi tradizionalmente considerati più estremi. Per molte aziende la principale preoccupazione non è soltanto il danno fisico agli asset, ma l’effetto a catena sulle attività produttive e logistiche, con ripercussioni che possono estendersi ben oltre l’area colpita dall’evento.
In crescita anche i rischi politici e la violenza, alimentati da conflitti regionali, tensioni commerciali, protezionismo e instabilità sociale. Le imprese si trovano a operare in un ambiente geopolitico più frammentato, dove le alleanze tradizionali si ridefiniscono e le catene globali del valore possono essere improvvisamente interrotte. Lo scenario più temuto non è tanto un singolo evento isolato, quanto una paralisi sistemica generata da crisi multiple e simultanee.
Sul fronte macroeconomico, il 2026 si apre con segnali di resilienza, ma anche con un livello elevato di incertezza. Debiti pubblici consistenti, tensioni sui mercati finanziari e la possibilità di correzioni legate alle aspettative sull’intelligenza artificiale rappresentano elementi di fragilità latente. In parallelo, si prevede un ulteriore aumento delle insolvenze a livello globale, a testimonianza di un tessuto imprenditoriale che, pur innovativo e dinamico, rimane esposto a shock esterni e cambiamenti strutturali.
Nel complesso, l’Allianz Risk Barometer 2026 restituisce l’immagine di un ecosistema economico in cui i rischi non agiscono più in modo isolato ma si rafforzano reciprocamente. Cyber, IA, geopolitica, clima e regolamentazione si intrecciano in un sistema complesso che richiede alle imprese un approccio integrato alla resilienza. Non basta più prevenire un singolo evento: occorre sviluppare capacità di adattamento, monitoraggio continuo e pianificazione strategica capace di anticipare scenari multipli.
La lezione che emerge è chiara. Le organizzazioni che sapranno coniugare innovazione tecnologica e solidità nella governance del rischio saranno meglio posizionate per trasformare l’incertezza in vantaggio competitivo. In un contesto globale sempre più instabile, la resilienza non è più un elemento accessorio, ma una componente centrale della strategia aziendale.
Fonte: Allianz Risk Barometer 2026.
Noi siamo pronti, Voi?
Articolo di Marco Simontacchi
17/02/2026












