Fare impresa oggi: governance, credito e nuovi strumenti di tutela
Fare l’imprenditore o ricoprire il ruolo di amministratore di una società non è mai stato semplice, ma negli ultimi anni il quadro normativo e finanziario ha aggiunto un livello di complessità che non può essere ignorato. Da un lato le responsabilità che la legge concentra su queste figure sono cresciute in modo significativo, e con esse il rischio concreto di rispondere personalmente, con il proprio patrimonio, delle scelte compiute nella gestione dell’impresa. Dall’altro il canale creditizio tradizionale si è ristretto in misura imponente, lasciando molte PMI a cercare ossigeno finanziario in un mercato che ha cambiato lingua e regole. Due fenomeni distinti, ma profondamente connessi, che ridisegnano il modo di fare impresa in Italia.
Il riferimento normativo centrale è il D.Lgs. 14/2019, il Codice della Crisi d’Impresa e dell’Insolvenza, entrato pienamente in vigore nel luglio 2022. L’articolo 2086 del Codice Civile, come riformulato da questa disciplina, impone all’imprenditore o amministratore che operi in forma societaria o collettiva di dotarsi di un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, funzionale alla tempestiva rilevazione dei segnali di crisi e alla salvaguardia della continuità aziendale. La norma non lascia spazio a interpretazioni di comodo: l’adeguatezza degli assetti è un obbligo, non una raccomandazione. Eppure la stessa legge, letta con attenzione, contiene in sé anche la chiave di lettura opposta. L’amministratore che opera con diligenza, che costruisce consapevolmente un sistema di controllo interno efficace e agisce tempestivamente quando emergono segnali di difficoltà, non si espone a responsabilità: se ne protegge. La norma diventa, in questo caso, uno scudo.
Il problema è che la materia tocca trasversalmente l’intera organizzazione aziendale. Parlare di adeguati assetti significa affrontare la struttura organizzativa, i processi di controllo di gestione, la pianificazione finanziaria, il sistema di rilevazione contabile, la gestione del rischio. Non esiste un unico adempimento da spuntare su una lista: esiste un approccio sistemico che deve permeare il modo in cui l’impresa è governata ogni giorno. Le grandi imprese strutturate possono contare su direzioni amministrative, responsabili finanziari, internal auditor, comitati di controllo. Le piccole e medie imprese devono invece ingegnarsi diversamente, spesso con risorse limitate e organici ridotti.
Su questo stesso terreno si innesta il secondo fenomeno, altrettanto strutturale. I numeri sono eloquenti: a fine dicembre 2011 i prestiti bancari alle imprese italiane ammontavano a 995 miliardi di euro; alla fine del 2024 questa cifra è scesa a 666 miliardi, con una contrazione di 329 miliardi di euro in tredici anni, pari a circa un terzo del totale, secondo i dati elaborati dall’Ufficio studi della CGIA di Mestre su base Banca d’Italia. Una riduzione che non ha colpito in modo uniforme: le grandi imprese hanno saputo diversificare le fonti di finanziamento, accedere ai mercati dei capitali, emettere obbligazioni. Le PMI, strutturalmente più dipendenti dal credito bancario tradizionale, si sono trovate a fare i conti con un rubinetto che si chiude gradualmente ma inesorabilmente. E i dati più recenti confermano che il timido recupero del credito registrato tra 2024 e 2025 ha riguardato prevalentemente le imprese più grandi: per le PMI e microimprese la contrazione continua.
Le banche non hanno smesso di prestare denaro, ma hanno affinato con grande precisione i criteri con cui scelgono a chi farlo. Restano benvenute le imprese migliori, quelle capaci di esprimere indicatori economico-finanziari nella fascia alta dei sistemi di rating interni, costruiti nel solco delle normative di Basilea III e IV e delle linee guida EBA, ma soprattutto quelle in grado di dimostrare un controllo rigoroso e documentato sull’andamento aziendale, una pianificazione industriale credibile, scenari di stress test che reggano all’analisi. Il rating non è più soltanto il risultato di un bilancio in ordine: è la sintesi di come un’impresa è governata, monitorata e proiettata nel futuro. In altre parole, è esattamente ciò che la normativa sugli adeguati assetti richiede di costruire.
Parallelamente al restringimento del canale bancario si è consolidata la finanza alternativa, oggi realtà ampiamente strutturata nel mercato italiano. Minibond, private debt, fondi di credito diretto, piattaforme di lending, invoice trading: strumenti un tempo di nicchia che rappresentano oggi un ecosistema accessibile anche alle PMI di dimensioni medie. Accessibile, però, non significa semplice. La finanza alternativa ragiona con una logica diversa da quella bancaria: non si accontenta di dati storici verificati, guarda al futuro con la stessa attenzione con cui guarda al passato. Un business plan solido, costruito con metodologia rigorosa e supportato da un sistema di controllo di gestione che ne monitori l’avanzamento, non è un documento accessorio, è la condizione necessaria per sedersi al tavolo con un investitore privato o un fondo di credito con qualche possibilità concreta di successo.
Il filo che lega questi due fenomeni è in realtà uno solo: la qualità della governance aziendale. Un’impresa ben organizzata, con processi chiari, controllo di gestione strutturato e pianificazione documentata, non solo rispetta la legge e protegge chi la amministra, ma parla anche la lingua che banche e investitori privati oggi pretendono di ascoltare. Gli strumenti per costruire tutto questo esistono, e parlano la lingua della consulenza qualificata: dalla pianificazione strategica al risk management, dalla gestione del rating alla finanza straordinaria. Non si tratta di adempimenti burocratici, ma di interventi che richiedono competenze trasversali e visione integrata dell’impresa. La sfida, per l’imprenditore di una PMI, non è tanto trovare consulenti quanto riconoscere quelli capaci di offrire questo tipo di supporto in modo concreto ed efficace. Perché il mercato, del credito come della competizione, non premia soltanto chi ha i conti in ordine: premia chi sa dove sta andando e dimostra di avere gli strumenti per arrivarci.
Articolo di Marco Simontacchi
20/05/2026












